
La morte di Jason Collins, pioniere gay della NBA, riapre il dibattito sull’omofobia nello sport
Il primo giocatore apertamente gay in un grande sport professionistico americano è morto a 47 anni per un tumore al cervello. La sua eredità tra progresso e stallo.
Il mondo del basket e non solo piange Jason Collins, scomparso il 12 maggio a 47 anni dopo una battaglia di otto mesi contro un glioblastoma di quarto stadio, una forma aggressiva di cancro al cervello. Fu lui, nel 2013, a rompere uno dei tabù più radicati nello sport professionistico americano: con un saggio in prima persona su Sports Illustrated, Collins si dichiarò gay, diventando il primo atleta in attività a farlo in un grande sport di squadra negli Stati Uniti. "Non mi proponevo di essere il primo", scrisse allora, "ma visto che lo sono, sono felice di iniziare la conversazione". Una frase che oggi, alla luce della sua morte, risuona come un testamento.
La reazione alla notizia ha subito rivelato le fratture culturali ancora aperte. Se da un lato le associazioni per i diritti LGBT e la stessa NBA hanno ricordato Collins come un uomo che "ha cambiato vite in modi inaspettati", secondo la ricostruzione dei media progressisti statunitensi, dall'altro lato l'ex stella Charles Barkley ha colto l'occasione per lanciare una requisitoria contro la persistente omofobia della società americana, in un intervento andato in onda su ESPN. Un monito accolto con favore dagli ambienti conservatori, ma che secondo gli analisti di Washington rischia di ridurre il dibattito a uno scontro ideologico, mentre la vera domanda è quanti atleti si sentano ancora liberi di vivere apertamente la propria identità.
Perché se è vero che Collins ha aperto una porta, undici anni dopo nessun altro giocatore della NBA ha seguito il suo esempio. L'unico caso paragonabile resta quello di Carl Nassib, ex defensive end della NFL, ma nel basket maschile il silenzio è rimasto assordante. Dal punto di vista di Bruxelles, questa stagnazione appare ancora più evidente se confrontata con lo sport europeo, dove il calcio – nonostante le recenti iniziative di inclusione – non ha ancora un giocatore di vertice apertamente gay in attività. L'Italia, in particolare, resta indietro: la cultura sportiva nazionale, legata a modelli di mascolinità tradizionali, sembra poco pronta ad accogliere un dibattito che Collins aveva avviato con coraggio.
Eppure, la sua eredità va oltre le statistiche di carriera. Giocatore solido per sette franchigie diverse, da New Jersey a Brooklyn passando per Memphis e Boston, Collins ha dimostrato che si può essere atleti professionisti e gay senza che questo comprometta il rendimento in campo. Ma la sua morte, secondo l'ottica di Pechino e di molti commentatori internazionali, riporta in primo piano una contraddizione: il mondo dello sport celebra i pionieri, ma continua a non creare le condizioni perché altri possano seguire la stessa strada. La speranza, oggi, è che la sua scomparsa non chiuda la conversazione, ma la rilanci con urgenza, anche in Europa.
| Stampa atlantica / anglosfera | +0.80 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | +0.20 | neutral |
| Stampa israeliana | +0.10 | neutral |
La stampa atlantica celebra Jason Collins come pioniere dell'inclusione e icona dei diritti LGBTQ+, sottolineando il suo coming out come momento spartiacque nello sport professionistico americano. La narrazione enfatizza il suo ruolo di ambasciatore NBA Cares e l'eredità duratura per le generazioni future, mentre la morte per cancro viene incorniciata come una perdita che unisce il mondo dello sport e quello dell'attivismo.
La stampa latinoamericana riporta la morte di Jason Collins con tono fattuale, concentrandosi sulla coincidenza temporale con la scomparsa di Brandon Clarke e sulla diagnosi di glioblastoma. L'attenzione è sulla carriera NBA e sul coming out come dato storico, ma senza l'enfasi celebrativa atlantica; il linguaggio è più distaccato e informativo, con riferimenti al comunicato ufficiale della lega.
La stampa israeliana presenta la notizia in modo sobrio e cronachistico, concentrandosi sui dettagli biografici e medici: la diagnosi di glioblastoma di stadio 4, la battaglia di otto mesi e il matrimonio con il produttore Bronson Green. Il coming out viene menzionato come dato di fatto, senza enfasi ideologica, e la narrazione resta ancorata ai fatti e alle dichiarazioni ufficiali della famiglia e della NBA.
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