
Morto Vladimir Molčanov, la voce che aprì il teleschermo alla perestrojka
Il giornalista e conduttore di «Dopo mezzanotte» è scomparso a 75 anni. Un simbolo del rinnovamento sovietico, tra libertà e malinconia.
Si è spento a settantacinque anni Vladimir Molčanov, volto e anima del programma cult «Dopo mezzanotte», che tra il 1987 e il 1991 cambiò il modo di fare televisione in Unione Sovietica. A darne notizia è stato l’amico fotografo Jurij Rost, che sul suo canale Telegram lo ha ricordato come «un talentuoso e intelligente intellettuale russo, un giornalista morale, un brillante conduttore televisivo, uno scrittore onesto». Molčanov lottava da tempo contro un cancro, aveva subìto un trapianto di fegato e un infarto; negli ultimi anni aveva perso la moglie Consuelo Segura, anche lei giornalista, e la sorella Anna Dmitrieva, pioniera del giornalismo sportivo sovietico.
La sua parabola professionale era cominciata lontano dal piccolo schermo: filologo specializzato in olandese, era entrato nell’Agenzia di stampa Novosti (APN) e per oltre un decennio era stato corrispondente nei Paesi Bassi. L’approdo alla televisione centrale nel 1987 segnò una svolta. Con «Dopo mezzanotte» — una delle prime trasmissioni notturne sovietiche — Molčanov costruì uno spazio di confronto inedito, dove si parlava di politica, cultura e vita quotidiana senza la retorica ufficiale. Come ha ricordato un collega, i suoi programmi stavano «al crocevia tra intelligenza e semplicità» e «non insegnavano, ma invitavano a pensare».
Dal punto di vista di Mosca, Molčanov incarnava quella generazione di intellettuali che, come lui stesso disse in un’intervista, sapevano che «quei vecchi imbecilli arruffati non potevano governarci per sempre». Il suo stile — giacca impeccabile, papillon, quel suo «Mi dica, principe» — divenne il marchio di una nuova era in cui il giornalismo si faceva cauto ma audace. Da Bruxelles e da altre capitali europee si guardava a quella televisione come a un segnale di modernizzazione, e il suo bagaglio olandese gli aveva dato una sensibilità cosmopolita che filtrava nei servizi e nelle interviste.
Oggi, in un panorama mediatico russo sempre più stretto tra propaganda e controllo, la figura di Molčanov appare ancora più lontana. La sua scomparsa chiude un capitolo — quello della perestrojka televisiva — ma lascia aperta una domanda su cosa resti, in un paese che ha cambiato pelle più volte, di quella stagione di coraggio intellettuale. Forse, come ha scritto un amico, «una maniera di pensare e di parlare che oggi è diventata rara».
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