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L'Australia sfida i colossi del tech: tassa sul giornalismo, ma Washington parla di estorsione

L’Australia ha rotto gli indugi. Con il disegno di legge presentato la scorsa settimana, il governo di Anthony Albanese ha proposto di imporre una tassa del 2,25 per cento sui ricavi generati in Australia da Meta, Google e TikTok, a meno che queste piattaforme non stipulino accordi volontari con gli editori locali per remunerare i contenuti giornalistici. Una mossa che, nelle intenzioni di Canberra, dovrebbe arginare la crisi del settore dell’informazione, eroso da anni dalla migrazione degli utenti verso i social network. Ma la reazione è stata immediata e, per certi versi, prevedibile: l’amministrazione Trump ha bollato la proposta come «estorsione straniera», mentre una potente lobby della tecnologia ha già sollecitato Washington a valutare contromisure commerciali. Il confronto si sposta così sul terreno della diplomazia economica, mettendo a nudo la fragilità di un equilibrio in cui il valore del giornalismo viene continuamente messo in discussione dai giganti del digitale.

Dal punto di vista australiano, la scelta è chiara: il premier Albanese ha dichiarato che «il lavoro dei giornalisti non può essere preso senza un corrispettivo» e che le grandi piattaforme non possono sottrarsi alle proprie responsabilità. La difesa del principio di equità, tuttavia, si scontra con la dura realtà dei rapporti di forza. Gli analisti di Bruxelles osservano con attenzione la vicenda, consapevoli che il modello australiano potrebbe ispirare iniziative analoghe in Europa, dove la direttiva sul copyright ha già aperto la strada a forme di compensazione per gli editori. In Italia, il dibattito sull’equo compenso per i contenuti online resta aperto, e il caso australiano riaccende le riflessioni su come proteggere un ecosistema giornalistico sempre più dipendente dalle piattaforme statunitensi.

L’ottica di Pechino, invece, è diversa: la Cina segue con interesse il destino di TikTok, il cui futuro in Australia potrebbe essere segnato da questa norma, e non esclude di utilizzare la vicenda come leva nelle proprie trattative commerciali. Nel frattempo, la critica delle piattaforme è univoca: secondo i portavoce di Meta e Google, il provvedimento equivale a una «tassa sui servizi digitali» che non tiene conto dell’evoluzione del mercato pubblicitario e rischia di penalizzare proprio quegli investimenti che potrebbero sostenere l’innovazione nel settore.

Guardando avanti, lo scenario appare incerto. Se da un lato l’Australia sembra determinata ad andare avanti, forte del precedente successo della legge del 2021 che aveva portato Google e Facebook a firmare accordi con gli editori, dall’altro la pressione di Washington potrebbe indurre Canberra a un compromesso. Per l’Europa e per l’Italia, la partita è doppiamente rilevante: non solo perché il modello australiano potrebbe fare scuola, ma anche perché dimostra che la regolamentazione delle big tech, per quanto necessaria, rischia di trasformarsi in un campo di battaglia geopolitico. Il futuro del giornalismo, in questo braccio di ferro, resta appeso a un filo sottile.

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L'Australia sfida i colossi del tech: tassa sul giornalismo, ma Washington parla di estorsione

L’Australia ha rotto gli indugi. Con il disegno di legge presentato la scorsa settimana, il governo di Anthony Albanese ha proposto di imporre una tassa del 2,25 per cento sui ricavi generati in Australia da Meta, Google e TikTok, a meno che queste piattaforme non stipulino accordi volontari con gli editori locali per remunerare i contenuti giornalistici. Una mossa che, nelle intenzioni di Canberra, dovrebbe arginare la crisi del settore dell’informazione, eroso da anni dalla migrazione degli utenti verso i social network. Ma la reazione è stata immediata e, per certi versi, prevedibile: l’amministrazione Trump ha bollato la proposta come «estorsione straniera», mentre una potente lobby della tecnologia ha già sollecitato Washington a valutare contromisure commerciali. Il confronto si sposta così sul terreno della diplomazia economica, mettendo a nudo la fragilità di un equilibrio in cui il valore del giornalismo viene continuamente messo in discussione dai giganti del digitale.

Dal punto di vista australiano, la scelta è chiara: il premier Albanese ha dichiarato che «il lavoro dei giornalisti non può essere preso senza un corrispettivo» e che le grandi piattaforme non possono sottrarsi alle proprie responsabilità. La difesa del principio di equità, tuttavia, si scontra con la dura realtà dei rapporti di forza. Gli analisti di Bruxelles osservano con attenzione la vicenda, consapevoli che il modello australiano potrebbe ispirare iniziative analoghe in Europa, dove la direttiva sul copyright ha già aperto la strada a forme di compensazione per gli editori. In Italia, il dibattito sull’equo compenso per i contenuti online resta aperto, e il caso australiano riaccende le riflessioni su come proteggere un ecosistema giornalistico sempre più dipendente dalle piattaforme statunitensi.

L’ottica di Pechino, invece, è diversa: la Cina segue con interesse il destino di TikTok, il cui futuro in Australia potrebbe essere segnato da questa norma, e non esclude di utilizzare la vicenda come leva nelle proprie trattative commerciali. Nel frattempo, la critica delle piattaforme è univoca: secondo i portavoce di Meta e Google, il provvedimento equivale a una «tassa sui servizi digitali» che non tiene conto dell’evoluzione del mercato pubblicitario e rischia di penalizzare proprio quegli investimenti che potrebbero sostenere l’innovazione nel settore.

Guardando avanti, lo scenario appare incerto. Se da un lato l’Australia sembra determinata ad andare avanti, forte del precedente successo della legge del 2021 che aveva portato Google e Facebook a firmare accordi con gli editori, dall’altro la pressione di Washington potrebbe indurre Canberra a un compromesso. Per l’Europa e per l’Italia, la partita è doppiamente rilevante: non solo perché il modello australiano potrebbe fare scuola, ma anche perché dimostra che la regolamentazione delle big tech, per quanto necessaria, rischia di trasformarsi in un campo di battaglia geopolitico. Il futuro del giornalismo, in questo braccio di ferro, resta appeso a un filo sottile.

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