
Berlino vieta i simboli della vittoria sovietica, Mosca protesta. La memoria divisa
Bandiere russe e sovietiche vietate ai memoriali di Berlino per l’8 e 9 maggio. Il Cremlino chiede la revoca. I Lupi Notturni ripartono.
La decisione della polizia di Berlino di proibire, dalle prime ore dell’8 maggio fino alla sera del 9, l’esposizione di bandiere sovietiche e russe, di stellette rosse, di uniformi militari e di nastri di San Giorgio nei pressi dei tre principali memoriali ai caduti dell’Armata Rossa — Treptower Park, Tiergarten e Schönholzer Heide — segna una nuova rottura nel modo in cui l’Europa affronta il ricordo della seconda guerra mondiale. Per le autorità tedesche si tratta di una misura di ordine pubblico, motivata dalla necessità di evitare che le commemorazioni diventino teatro di scontri politici e di propaganda filorussa. Ma a Mosca la lettura è opposta: l’ambasciata russa ha chiesto con un comunicato ufficiale la revoca immediata del divieto, definendolo una «limitazione del diritto dei discendenti dei soldati liberatori» e un tentativo di cancellare la memoria della sconfitta del nazismo. La richiesta è stata accompagnata da una nota più aspra: il riconoscimento formale dei crimini del Terzo Reich come genocidio dei popoli sovietici.
Il gesto tedesco non è isolato. Da anni, in diversi Paesi dell’Unione europea, la simbologia legata alla vittoria del 1945 viene vista con sospetto, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Per Bruxelles e per molti governi dell’Est Europa, la fiera della vittoria è diventata un veicolo di propaganda nazionalista e di ibridazione bellica. In questo quadro si inserisce la tradizionale moto-processione dei Lupi Notturni, il club ultra patriottico russo vicino a Vladimir Putin, che ogni anno ripercorre in senso inverso la marcia dell’Armata Rossa attraverso l’Europa fino a Berlino. Per i governi polacco, ceco e tedesco si tratta di una provocazione, un’operazione di soft power e disinformazione. Il gruppo, che nel 2019 ha accompagnato lo stesso Putin in Crimea, continua a muoversi nonostante le chiusure diplomatiche.
La tensione sulla memoria della seconda guerra mondiale tocca direttamente anche l’Italia. Mentre il governo di Roma cerca di mantenere un equilibrio tra l’alleanza atlantica e i legami storici con Mosca, la frattura tra i Paesi europei su come celebrare (o non celebrare) la sconfitta del nazismo si fa più profonda. Per molti osservatori a Berlino, il rischio è che il 9 maggio diventi sempre più una giornata di divisione invece che di unità. Se da un lato il divieto di simboli russi rischia di alienare una parte della comunità russa e postsovietica in Germania, dall’altro il rifiuto di Mosca di accettare qualsiasi regola comune sulla commemorazione rende difficile un dialogo. La sfida per l’Unione europea sarà trovare un linguaggio condiviso per ricordare senza strumentalizzare, proprio mentre la guerra in Ucraina trasforma ogni bandiera in un atto politico.
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