
Blake Lively vince ma non basta: dopo l'accordo con Baldoni chiede ancora i danni
L'attrice ha raggiunto un'intesa con il regista, ma la causa prosegue per il risarcimento delle spese legali. Una battaglia che interroga Hollywood.
Il sipario giudiziario sulla vicenda di «It Ends With Us» si è chiuso solo a metà. Blake Lively e Justin Baldoni hanno annunciato congiuntamente un accordo che evita il processo pubblico previsto per fine mese, ma l’attrice non ha posato le armi. Il suo team legale ha depositato una richiesta per ottenere il rimborso delle spese processuali e un risarcimento danni ai sensi della legge californiana che protegge le vittime di molestie sessuali da querele ritorsive. Una mossa che, secondo gli osservatori di Los Angeles, trasforma quella che sembrava una resa dei conti risolta in un capitolo ancora aperto, destinato a fare giurisprudenza.
L’accordo iniziale, accolto con sollievo da entrambi gli schieramenti – Baldoni si era detto «raggiante», la squadra di Lively aveva parlato di «vittoria fragorosa» – ha lasciato sul tavolo un nodo giuridico cruciale. La norma invocata dall’attrice, nota come legge anti-SLAPP, consente a chi denuncia abusi di chiedere alla controparte di coprire le parcelle legali, inasprendo le sanzioni per chi intenta cause diffamatorie pretestuose. La prospettiva di Bruxelles, attenta ai nuovi regolamenti europei sul contrasto alla violenza di genere, vede in questo contenzioso un precedente che potrebbe influenzare le dinamiche di potere dentro l’industria dell’intrattenimento.
Dal punto di vista italiano, la vicenda rafforza il dibattito sulla tutela delle lavoratrici nei set cinematografici, dove spesso la disparità contrattuale rende difficile denunciare. Intanto Pechino, che segue con interesse gli sviluppi del diritto statunitense per adattare le proprie norme sul lavoro, osserva come la strategia legale di Lively punti a smantellare l’idea che un accordo stragiudiziale possa cancellare le responsabilità di fondo. L’analisi di chi scrive per testate russe sottolinea che, al di là del denaro, la partita vera si gioca sulla credibilità delle accuse e sulla possibilità di ottenere giustizia senza passare per un dibattimento pubblico.
Il compromesso raggiunto – che prevede il ritiro delle reciproche denunce per diffamazione e molestie – non cancella i danni reputazionali subiti dalle due star, né ricostruisce la fiducia del pubblico in un sistema che spesso trasforma le denunce in armi a doppio taglio. Come notano gli analisti di New York, la richiesta di danni avanzata da Lively potrebbe allungare i tempi della chiusura definitiva, ma offre un banco di prova per il cosiddetto «effetto MeToo» in tribunale. Lo sguardo europeo, più incline a valutare l’efficacia delle tutele collettive, si chiede se questa battaglia legale possa tradursi in un rafforzamento concreto dei diritti sul lavoro nei set, al di là del clamore mediatico.
Ora resta da vedere se la corte californiana accoglierà la richiesta di Lively e quale messaggio manderà a un’industria che, nonostante le promesse di riforma, continua a oscillare tra la spettacolarizzazione dei conflitti e la ricerca di una giustizia sostanziale. Il prossimo atto, probabilmente, si giocherà a porte chiuse, ma le sue conseguenze risuoneranno ben oltre gli studios di Hollywood.
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