
Boicottaggi e proteste: la Biennale di Venezia lacerata dalle guerre globali
Artisti rinunciano ai premi, la giuria si dimette: il conflitto tra Russia e Israele trasforma l’arte in campo di battaglia.
La Biennale d’Arte di Venezia, tradizionale vetrina del contemporaneo, si è trasformata in un teatro di scontro politico. L’inaugurazione della 61esima edizione è stata segnata da proteste veementi, dimissioni e boicottaggi: la metà degli artisti in gara ha rinunciato a competere per i premi istituiti dopo lo scioglimento della giuria, dissoltasi in segno di dissenso per la partecipazione di Russia e Israele. Il clima di tensione ha travolto il discorso del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, che aveva invocato apertura e dialogo, richiamandosi alla tradizione veneziana di accoglienza dell’altro. Ma il suo appello è stato sommerso dalle urla delle attiviste: le Pussy Riot e le Femen hanno irrotto ai Giardini, intonando slogan contro il ritorno del padiglione russo, riaperto per la prima volta dall’invasione dell’Ucraina nel 2022. “La Russia uccide, la Biennale espone”, gridavano, mentre la polizia presidiava l’ingresso.
Il fronte del dissenso non si è limitato alla Russia. Anche la presenza dell’artista israeliano Belu-Simion Fainaru, esposto all’Arsenale sotto la bandiera israeliana, ha alimentato la rabbia dei sostenitori palestinesi. Secondo gli osservatori di Bruxelles, la Biennale è rimasta impigliata in una contraddizione insanabile: da un lato, la pretesa di neutralità culturale cara a Buttafuoco; dall’altro, l’evidenza che l’arte non può sottrarsi alla storia. A metà aprile, l’intera giuria si era dimessa, rifiutandosi di decretare i vincitori. Per tamponare il vuoto, l’organizzazione aveva introdotto due premi a voto popolare. Ora, con oltre settanta artisti – tra cui i rappresentanti di 22 padiglioni nazionali – che hanno annunciato di non voler concorrere, il sistema delle onorificenze è di fatto paralizzato.
La crisi ha riacceso un dibattito che va ben oltre i confini lagunari. Nell’ottica di Pechino, sempre più attenta al soft power culturale, quanto accade a Venezia dimostra l’implosione del modello occidentale di autorappresentazione. Più pragmatico il punto di vista di Mosca, che vede nel rinnovato accesso alla Biennale una vittoria diplomatica. Ma è l’Italia, e in particolare la città di Venezia, a pagare il prezzo più alto: l’immagine di luogo d’incontro e di pace, tanto cara al discorso inaugurale, rischia di essere cancellata. La Biennale si trova oggi di fronte a un bivio: proseguire sulla strada di un’apertura formale, rischiando di apparire complice, o rivedere i criteri di partecipazione in un’epoca in cui la cultura è ormai campo di battaglia. Le prossime settimane diranno se l’arte riuscirà ancora a essere ponte, o se sarà definitivamente arruolata nelle trincee del mondo.
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