
Cervantes e l’eredità contesa: tra Spagna e Messico un dialogo da ricucire
La cerimonia del Premio Cervantes 2025 ha offerto l’occasione per un gesto politico e culturale che travalica la letteratura. Il re Felipe VI, consegnando il riconoscimento al messicano Gonzalo Celorio, ha riconosciuto che durante la conquista dell’America “ci furono molti abusi”, parole che echeggiano oltre il salone universitario e toccano il nervo scoperto del rapporto tra Spagna e mondo iberoamericano. Celorio, direttore dell’Accademia messicana della lingua, ha risposto affermando che senza lo spagnolo né il Messico né alcun altro paese ispanoamericano avrebbe potuto forgiare la propria nazionalità: una dichiarazione che cerca di mediare tra la memoria della violenza coloniale e la realtà di una lingua condivisa.
Da Bruxelles, dove si guarda con attenzione alle dinamiche culturali del sud Europa, si osserva che questo tentativo di conciliazione ha implicazioni anche per l’Italia, legata alla Spagna da una comune matrice latina e da un dialogo spesso teso sull’eredità del passato coloniale. L’elogio di Celorio alla modernità del *Chisciotte* – “ogni tentativo di rottura è già nel libro” – suona come un invito a non fossilizzarsi sulle ferite storiche. Eppure la capitale catalana, secondo gli analisti di Madrid, sembra ignorare il suo ruolo nel romanzo: pochi sanno che il cavaliere della Mancia conclude la sua avventura sulla spiaggia di Barcellona, sconfitto dal Cavaliere della Bianca Luna.
Un’amnesia che rivela una difficoltà più ampia a fare i conti con un’eredità comune. Dall’ottica di Città del Messico, invece, il caso dell’archivio di Octavio Paz – il poeta che più di ogni altro amò la Spagna – diventa emblematico: abbandonato all’incuria, attende un gesto congiunto che simbolizzi una nuova fase di cooperazione. Guanajuato, proclamata capitale cervantina d’America, non può limitarsi a vivere di rendita, ammoniscono intellettuali locali: deve trasformare il prestigio in pensiero critico.
Mentre in Messico, la resilienza delle lingue indigene continua a sfidare il modello omologatore imposto dalla colonia, la figura di Cervantes – che quattrocentodieci anni fa, morendo a Madrid, aveva già salvato e arricchito il castigliano – si erge come ponte tra passato e futuro. La sfida per l’Europa e per l’Italia, che condivide questa stessa tensione tra unità linguistica e pluralità culturale, è trasformare il rimorso in un dialogo fecondo, senza cadere né nell’autoassoluzione né nella negazione reciproca.
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