
Condanne per corruzione in Georgia e Russia: l’ombra della legalità selettiva
Una rinnovata attenzione giudiziaria colpisce le élite dell’ex spazio sovietico, tra sentenze eclatanti e silenzi strategici. A Tbilisi, l’ex ministro della Difesa georgiano Djuansher Burchuladze è stato condannato a dieci anni per abuso d’ufficio e riciclaggio, con il sequestro di una tenuta in Spagna e di una casa nella capitale. Assieme a lui sono finiti in carcere l’ex viceministro Georgi Khaindrava e un cognato dell’ex titolare della Difesa, mentre un dirigente degli acquisti ha patteggiato quattro anni di libertà vigilata. La sentenza, arrivata dopo un’inchiesta lunga e opaca, solleva interrogativi a Bruxelles: la Georgia aspira all’adesione europea, e casi come questo – con beni immobili in territorio Ue – potrebbero diventare un banco di prova per la trasparenza delle sue istituzioni.
Dalla capitale russa, invece, giungono notizie di altre condanne per corruzione, ma in un contesto politico ben diverso. Il tribunale Presnenskij di Mosca ha inflitto dieci anni di reclusione a Jakub Belchoroev, ex capo del Fondo di assicurazione sociale dell’Inguscezia e già deputato di Russia Unita, per aver erogato fondi pubblici a vittime di incidenti fittizi. Già condannato per appropriazione indebita, Belchoroev appartiene a una confraternita sufi il cui braccio armato è stato dichiarato terroristico. La vicenda rivela la doppia anima del sistema penale russo: severo con i funzionari locali, ma spesso indulgente verso le figure legate al Cremlino.
Ancora più emblematico è il caso di due tenenti colonnelli dell’esercito, condannati a Kursk a sei e cinque anni per essersi impossessati di sette milioni di rubli destinati come premi ai soldati impegnati nella «operazione speciale» in Ucraina. La sentenza, emessa dal tribunale militare della guarnigione, li ha privati del grado e delle onorificenze. In un Paese dove la guerra è dipinta come sacra, il furto ai danni dei combattenti diventa un crimine intollerabile, ma la punizione non cancella il dubbio di una giustizia che colpisce i pesci piccoli mentre protegge i vertici.
Per l’Italia e l’Europa, queste vicende inviano segnali contraddittori. Da un lato, la condanna di Burchuladze potrebbe rafforzare la credibilità riformista di Tbilisi, a patto che non si tratti di una regolazione di conti politica. Dall’altro, la giustizia russa mostra di sapersi muovere con ferocia solo dove non tocca gli interessi del potere centrale. Il rischio è che, tra Caucaso e steppe, la lotta alla corruzione resti uno strumento di controllo più che un principio di diritto. E mentre l’Ue guarda a est, il confine tra giustizia e repressione si fa sempre più sottile.
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