
Israele ribadisce agli USA: truppe permanenti nelle “zone di sicurezza” in Libano, Siria e Gaza
Il ministro della Difesa Katz, in un colloquio con il Pentagono dedicato anche alle operazioni militari in Iran, ha respinto le richieste di ritiro avanzate da Trump, rivendicando il diritto all’autodifesa lungo tutti i confini.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha comunicato al segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth che Israele è determinato a mantenere le proprie forze nelle “zone di sicurezza” ritagliate all’interno di Libano, Siria e Striscia di Gaza. Il colloquio telefonico, avvenuto nella notte tra mercoledì e giovedì, ha toccato anche le operazioni militari americane in corso contro l’Iran, sulle quali Hegseth ha aggiornato l’omologo israeliano, e si è concluso con l’impegno reciproco a proseguire il coordinamento di fronte a possibili sviluppi regionali.
Secondo fonti israeliane, Katz ha motivato la presenza militare con la necessità di proteggere le comunità di confine dalle minacce di “forze jihadiste”, indicando nella lezione del 7 ottobre il fondamento strategico di questa postura. “Non abbiamo mai chiesto agli Stati Uniti di agire al posto nostro lungo i nostri confini”, ha dichiarato il ministro, sottolineando che Israele intende difendere da solo i propri cittadini. La posizione israeliana si scontra con quanto emerso nei giorni scorsi: secondo il sito Axios, il presidente Donald Trump avrebbe chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di ritirare le truppe da Siria e Libano, sostenendo che la presenza israeliana alimenta le tensioni e che “loro non vi vogliono lì”.
La dichiarazione di Katz giunge mentre a Roma si è concluso il quinto round di negoziati tra Israele e Libano con la mediazione statunitense. Le trattative, definite “positive” da Washington, prevedono l’avvio di “zone pilota” da cui le forze israeliane dovrebbero ritirarsi progressivamente. Al momento, tuttavia, l’esercito israeliano controlla circa il 60% della Striscia di Gaza e mantiene una fascia di sicurezza di circa dieci chilometri in territorio libanese, dove continuano attacchi limitati. In Siria, dopo la caduta del regime di Assad nel dicembre 2024, Israele ha occupato la zona cuscinetto pattugliata dall’ONU sulle alture del Golan e condotto ripetute incursioni e bombardamenti, chiedendo la smilitarizzazione del sud del Paese.
Sul dossier iraniano, il colloquio tra i due ministri della Difesa si inserisce in un quadro di operazioni militari che, secondo organi di informazione statunitensi, avrebbero portato all’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei e di alti comandanti durante un attacco congiunto americano-israeliano nel secondo dei due recenti conflitti. Fonti iraniane, al contrario, descrivono entrambe le guerre – definite “guerra dei dodici giorni” e “guerra del Ramadan” – come un insuccesso per Washington e Tel Aviv, che non avrebbero raggiunto gli obiettivi dichiarati. In questo contesto, il rinvio della visita di Netanyahu a Washington, ufficialmente dovuto allo slittamento dei funerali del senatore Lindsey Graham, priva il dossier di un passaggio diplomatico atteso, mentre restano aperti i nodi sul ritiro israeliano e sulla tenuta dei negoziati per il Libano.
| Stampa iraniana e affini | −0.80 | critical |
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| Stampa israeliana | +0.70 | aligned |
| Stampa europea continentale | −0.40 | critical |
L'Iran denuncia la presenza israeliana come una minaccia alla sovranità regionale e un fallimento strategico.
Richiamando le sconfitte passate di Israele e Stati Uniti in Iran, si costruisce una narrazione di inevitabile fallimento per le attuali operazioni.
Non menziona le minacce jihadiste che Israele cita come giustificazione, né le pressioni americane per un ritiro.
Israele afferma il suo diritto all'autodifesa e la necessità di rimanere nelle zone di sicurezza per proteggere i suoi cittadini dalle minacce jihadiste.
Enfatizzando la minaccia jihadista come giustificazione primaria, si crea una gerarchia di priorità che legittima la presenza militare.
Non menziona le pressioni americane per un ritiro né la critica internazionale che definisce le zone come un'occupazione strisciante.
L'Europa critica la presenza israeliana come un'occupazione strisciante e sottolinea la divergenza con gli Stati Uniti, che chiedono un ritiro.
Inquadrando la presenza israeliana come un'occupazione strisciante, si applicano norme internazionali universali per delegittimare l'azione israeliana.
Non menziona le minacce jihadiste specifiche che Israele cita come giustificazione, né la dichiarazione di Israele di non aver chiesto agli Stati Uniti di agire per suo conto.
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