
Criptovalute: Sun fa causa ai Trump, mentre Hong Kong assolve un ex dirigente Huobi
La notizia che ha scosso il mondo delle criptovalute nelle ultime ore arriva da Washington, dove il miliardario Justin Sun, noto per i suoi legami con il settore e con l’amministrazione Trump, ha intentato una causa contro World Liberty Financial, società crittografica legata alla famiglia del presidente americano. Sun accusa l’azienda di aver congelato illegalmente le sue partecipazioni in token, valutate oltre un miliardo di dollari, e di aver orchestrato un vero e proprio “piano illecito per appropriarsi di proprietà”. Nella denuncia, depositata martedì, l’imprenditore parla di “condotta scandalosa” e sostiene che i gestori del progetto abbiano visto nella famiglia Trump “un’opportunità d’oro per trarre profitto attraverso la frode”. Da New York e Bruxelles gli analisti osservano con attenzione: se da un lato il caso solleva interrogativi sulla trasparenza delle cosiddette criptovalute politiche, dall’altro rischia di trascinare la Casa Bianca in un contenzioso dai risvolti reputazionali pesanti, in un momento in cui l’Europa stringe le maglie con il regolamento MiCA e l’Italia si prepara a recepire le nuove norme sulla vigilanza degli asset digitali.
Mentre questa vicenda si consuma negli Stati Uniti, a Hong Kong un’altra pagina giudiziaria si è chiusa in modo opposto: un ex alto dirigente dell’exchange Huobi, oggi ribattezzato HTX, è stato assolto da una giuria della Corte suprema dell’ex colonia britannica dall’accusa di aver trasferito segretamente circa cinque milioni di dollari in stablecoin Tether sui propri conti personali tra febbraio e marzo del 2020. Chen Boliang, questo il suo nome, era stato processato per aver utilizzato un account individuale con alias per operare nel dark pool della piattaforma, pratica vietata dalla regolamentazione interna. L’ottica di Pechino è chiara: la Cina continentale ha bandito ogni forma di trading crittografico privato, ma Hong Kong, con il suo sistema giuridico separato, continua a rappresentare un banco di prova per la regolamentazione degli scambi digitali, dove la magistratura esercita un controllo indipendente. La sentenza assolutoria non cancella, però, le ombre su un settore che, da Oriente a Occidente, fatica a trovare un equilibrio tra innovazione e legalità.
La simultaneità dei due episodi non è solo una coincidenza cronologica: mette in luce il doppio volto della finanza digitale in un contesto geopolitico frammentato. Mentre l’Unione europea avanza con le sue norme armonizzate e l’Italia valuta l’impatto delle nuove direttive sulla tassazione delle plusvalenze da cripto-attività, casi come quello di Sun e di Chen mostrano quanto sia urgente un quadro giuridico chiaro e coerente. La differenza di esiti – una causa milionaria contro una società legata al potere politico americano, un’assoluzione a Hong Kong per un ex manager – suggerisce che, in assenza di regole globali condivise, il confine tra lecito e illecito resta tracciato caso per caso, con il rischio di arbitraggi normativi che penalizzano gli investitori e alimentano la sfiducia. La prospettiva europea, con la sua attenzione alla tutela del consumatore e alla stabilità finanziaria, potrebbe offrire un modello, ma la strada è ancora lunga.
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