
Dopo l’accordo con Trump, cinque paesi Ue chiedono misure d’emergenza contro la Cina
Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Lituania presentano alla Commissione europea un documento comune: servono dazi, quote e strumenti di salvaguardia per arginare l’eccesso di capacità industriale cinese e il rischio di deindustrializzazione.
Dopo settimane di tensione transatlantica e l’accordo raggiunto con l’amministrazione Trump, l’attenzione dell’Unione europea si sposta ora verso oriente. Cinque Stati membri — Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e, a sorpresa, la Lituania — hanno presentato congiuntamente alla Commissione europea un documento riservato in cui chiedono una risposta più aggressiva contro quella che definiscono «sovraccapacità industriale sistemica e strutturale» della Cina. L’iniziativa giunge alla vigilia del dibattito di orientamento sulla politica cinese in programma a Bruxelles, e segna un allineamento inedito tra paesi tradizionalmente protezionisti e una nazione liberale come i Paesi Bassi, unite ora dal timore che le pratiche commerciali di Pechino stiano accelerando la deindustrializzazione del continente.
L’Europa si trova schiacciata tra due fuochi: da un lato gli Stati Uniti, che già hanno stracciato regole e consuetudini del commercio globale, dall’altro una Cina che continua a inondare i mercati mondiali con acciaio, pannelli solari e veicoli elettrici a prezzi giudicati artificialmente bassi. Il documento dei cinque governi, secondo fonti vicine al dossier, propone non solo l’inasprimento dei dazi e l’introduzione di quote all’importazione, ma anche il ricorso a misure di emergenza temporanee per proteggere settori strategici. Negli ambienti diplomatici di Bruxelles si fa notare che il pressing arriva dopo che la tregua con Washington ha liberato risorse politiche e capacità negoziale, consentendo all’esecutivo comunitario di concentrarsi sull’altro grande fronte critico.
Dall’ottica di Pechino, ogni nuova barriera è un atto di protezionismo che minaccia le catene globali del valore e rallenta la transizione ecologica. Tuttavia, tra gli operatori industriali europei comincia a farsi strada una lettura più complessa. Secondo analisti e produttori del Vecchio Continente, le stesse misure che dovrebbero colpire le importazioni cinesi potrebbero in realtà avvantaggiare l’indotto locale. La tesi, sostenuta da società come la tedesca Vulcan Energy Resources, è che le case automobilistiche cinesi — da BYD a Xpeng — stanno già spostando parte della produzione in Europa per aggirare i dazi, generando una domanda crescente di batterie, litio e componentistica prodotta in loco. In questo scenario, la stretta protettiva finirebbe per accelerare un reshoring della filiera automotive che l’industria europea insegue da anni.
Il dibattito che si aprirà in Commissione venerdì è destinato a definire la postura commerciale dell’Unione per i prossimi anni. Da un lato pesa la paura di ritorsioni cinesi su beni di lusso, vino e prodotti agroalimentari, che colpirebbero proprio le economie di Francia e Italia; dall’altro, la dimostrazione che un negoziato duro possa produrre risultati tangibili — offerta dall’epilogo del braccio di ferro con Washington — incoraggia un approccio meno timoroso. Per Roma, che ospita un distretto della componentistica auto di prim’ordine e che ha visto crescere l’import di veicoli low-cost, la partita è cruciale. L’Europa dovrà dimostrare di saper difendere la propria base industriale senza incendiare un rapporto commerciale da settecento miliardi di euro l’anno: un equilibrio sottile, su cui si misurerà la credibilità dell’intera architettura commerciale del continente.
| Stampa europea continentale | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa cinese | −0.40 | critical |
Cinque paesi dell'Unione, tra cui l'Italia, spingono per una nuova durezza commerciale contro Pechino, invocando dazi e misure d'emergenza per arginare la sovrapproduzione e le pratiche sleali cinesi che minacciano l'industria europea. L'Europa si sente schiacciata tra gli Stati Uniti che stracciano le regole e una Cina che continua a esportare la sua strapotenza industriale, e deve reagire prima che sia troppo tardi.
Le richieste europee di nuovi dazi rappresentano un riflesso protezionistico che ignora i frutti della cooperazione: l'espansione dei produttori cinesi di veicoli elettrici sta già generando domanda per fornitori locali di batterie, litio e materie prime. Le misure emergenziali proposte rischiano di danneggiare proprio quell'industria europea che si afferma di voler proteggere.
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