
F-35, il conto triplicato per l'Italia e il fardello da 2.000 miliardi per gli Stati Uniti
Il programma dell'F-35, il caccia stealth più avanzato al mondo, si conferma un vorace divoratore di risorse pubbliche, come dimostra il severo verdetto della Corte dei Conti italiana: dal 1998 ad oggi, Roma ha speso 11,8 miliardi di euro, una cifra tripla rispetto alle previsioni iniziali. Questo enorme esborso, destinato ad aumentare ulteriormente, rappresenta la punta dell'iceberg di un progetto globale il cui costo complessivo, dalla prospettiva di Washington, è stimato in oltre 2.000 miliardi di dollari lungo l'intero ciclo di vita, fino al 2088. Una montagna di denaro che solleva interrogativi profondi sulla sostenibilità della supremazia tecnologica occidentale in un'epoca di rivali agguerriti e budget limitati.
La sproporzionata crescita dei costi, come evidenziato dagli analisti statunitensi, non risiede tanto nella produzione degli aerei – di cui sono previste oltre 2.400 unità – quanto nella loro manutenzione. Circa il 75% della somma totale è infatti assorbito dalle operazioni di sostegno e riparazione, un dominio controllato saldamente da Lockheed Martin. Questa dipendenza ha spinto il Congresso a sollecitare diritti di riparazione più ampi, per ridurre il monopolio del costruttore e contenere la spirale della spesa. Il paradosso è che, mentre da un lato il jet ha dimostrato in teatro operativo, come nei recenti attacchi in Medio Oriente, capacità superlative di eludere radar e difese, dall'altro il suo mantenimento rischia di erodere il vantaggio strategico che dovrebbe garantire.
In Europa, e in Italia in particolare, l'integrazione dell'F-35 nelle flotte aeree della NATO si scontra con realtà economiche e industriali deludenti. Oltre al ritardo di almeno un decennio sulla tabella di marcia originaria, l'impatto occupazionale del programma sul territorio nazionale è rimasto al di sotto delle ottimistiche aspettative. I costi una tantum, per alcune voci, sono addirittura quadruplicati, trasformando quello che doveva essere un volano tecnologico e industriale in un pesante capitolo di spesa dalle ricadute incerte. L'ottica di Bruxelles, sempre più concentrata sull'autonomia strategica, non può ignorare come questa dipendenza da un sistema così costoso e controllato oltreoceano ponga questioni cruciali per la difesa comune.
Guardando al futuro, il dilemma è chiaro: come conciliare l'indispensabile modernizzazione degli arsenali con la necessità di razionalizzare le risorse? La pressione per ottenere maggiore autonomia nella manutenzione dei velivoli è solo il primo passo di una partita più ampia, che vedrà l'Italia e i suoi alleati europei bilanciare gli impegni nell'ambito della NATO con la ricerca di soluzioni più sostenibili. La sfida non è solo finanziaria, ma geopolitica: mantenere una credibile capacità di dissuasione senza essere soffocati dai costi di sistemi d'arma sempre più complessi. Il caso F-35, nella sua duplice veste di gioiello tecnologico e buco nero finanziario, rimane un monito per le politiche di difesa dei prossimi decenni.
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