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lunedì 27 aprile 2026

Fed, via libera a Warsh: Powell al passo d’addio tra inflazione e petrolio

Il più significativo sviluppo della settimana per l’assetto della politica monetaria globale non è arrivato da un comitato di banchieri centrali, bensì da un’intervista televisiva domenicale. Il senatore repubblicano Thom Tillis, fino a ieri l’ago della bilancia in Commissione bancaria, ha annunciato che smetterà di bloccare la nomina di Kevin Warsh alla presidenza della Federal Reserve. La decisione cade dopo che il Dipartimento di Giustizia ha archiviato, il 24 aprile, l’indagine sul presidente uscente Jerome Powell, un’inchiesta che Tillis stesso definiva pretestuosa. Con il suo via libera, la maggioranza repubblicana dispone ora dei voti per superare l’opposizione democratica e confermare Warsh prima del 15 maggio, data in cui – secondo fonti vicine al dossier – scadrebbe formalmente il mandato di Powell.

L’accelerazione sulla successione si innesta su un appuntamento delicato per i mercati: la riunione del Federal Open Market Committee in programma tra martedì e mercoledì. Secondo gli analisti di Washington, l’istituto centrale lascerà invariati i tassi di riferimento nella forchetta compresa tra il 3,50% e il 3,75%, confermando la terza pausa consecutiva dopo la serie di tagli precedente. A pesare non è soltanto la transizione interna, ma un quadro macroeconomico segnato da un’inflazione che torna a rialzare la testa, alimentata dal rincaro dell’energia e dall’incertezza legata al conflitto in Iran. L’impatto sui prezzi al consumo si fa già sentire alle pompe di benzina americane e rischia di complicare qualunque prospettiva di allentamento monetario a breve termine.

Dall’area del Golfo l’orizzonte è altrettanto vincolato. Il sistema bancario degli Emirati Arabi Uniti, ancorato al dollaro attraverso il peg del dirham, replicherà automaticamente la pausa della Fed, mantenendo condizioni di prestito stabili per famiglie e imprese. Gli osservatori di Dubai sottolineano come questo meccanismo, per quanto garantisca prevedibilità, esponga la regione alle scelte di un’unica cabina di regia, proprio mentre lo shock petrolifero potrebbe suggerire esigenze diverse. In Europa, e in particolare nell’ottica di Bruxelles, la divergenza rischia di diventare un tema cruciale. Mentre la Fed resta bloccata dalla fiammata inflazionistica, la Banca Centrale Europea si appresta a proseguire con cautela il proprio ciclo di riduzione dei tassi, un disallineamento che potrebbe indebolire l’euro e incidere sul costo delle importazioni energetiche per l’Italia, tuttora esposte alla fatturazione in dollari.

La rimozione dell’ostacolo Tillis non chiarisce ancora quale indirizzo imprimerà Warsh alla Fed, ma ridisegna la scadenza politica dell’intero istituto. Con Powell all’ultimo miglio del suo mandato, il mercato scruterà il comunicato del Fomc alla ricerca di segnali su quanto la maggioranza interna sia disposta a tollerare l’inflazione corrente prima di intervenire nuovamente sui tassi. Da Città del Messico, gli analisti mettono in guardia: la stabilità finanziaria guadagnata con lo sblocco della nomina non cancella i rischi sistemici legati a un conflitto mediorientale che spinge il greggio e disallinea le aspettative di crescita.

Guardando avanti, la Fed di Warsh erediterà un’economia americana meno dinamica di quanto i dati sulla produzione industriale lascino intendere, e un’Europa che osserva con apprensione. Per l’Italia, un dollaro forte e tassi americani persistentemente alti significano da un lato esportazioni più competitive oltre Atlantico, dall’altro un costo del debito che resterà ancorato al clima globale. La vera incognita, suggeriscono da Bruxelles, è se la nuova leadership della banca centrale americana saprà coordinarsi, sia pure tacitamente, con Francoforte in un contesto in cui l’autonomia delle politiche monetarie appare già profondamente intrecciata alla geopolitica dell’energia.

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Fed, via libera a Warsh: Powell al passo d’addio tra inflazione e petrolio

Il più significativo sviluppo della settimana per l’assetto della politica monetaria globale non è arrivato da un comitato di banchieri centrali, bensì da un’intervista televisiva domenicale. Il senatore repubblicano Thom Tillis, fino a ieri l’ago della bilancia in Commissione bancaria, ha annunciato che smetterà di bloccare la nomina di Kevin Warsh alla presidenza della Federal Reserve. La decisione cade dopo che il Dipartimento di Giustizia ha archiviato, il 24 aprile, l’indagine sul presidente uscente Jerome Powell, un’inchiesta che Tillis stesso definiva pretestuosa. Con il suo via libera, la maggioranza repubblicana dispone ora dei voti per superare l’opposizione democratica e confermare Warsh prima del 15 maggio, data in cui – secondo fonti vicine al dossier – scadrebbe formalmente il mandato di Powell.

L’accelerazione sulla successione si innesta su un appuntamento delicato per i mercati: la riunione del Federal Open Market Committee in programma tra martedì e mercoledì. Secondo gli analisti di Washington, l’istituto centrale lascerà invariati i tassi di riferimento nella forchetta compresa tra il 3,50% e il 3,75%, confermando la terza pausa consecutiva dopo la serie di tagli precedente. A pesare non è soltanto la transizione interna, ma un quadro macroeconomico segnato da un’inflazione che torna a rialzare la testa, alimentata dal rincaro dell’energia e dall’incertezza legata al conflitto in Iran. L’impatto sui prezzi al consumo si fa già sentire alle pompe di benzina americane e rischia di complicare qualunque prospettiva di allentamento monetario a breve termine.

Dall’area del Golfo l’orizzonte è altrettanto vincolato. Il sistema bancario degli Emirati Arabi Uniti, ancorato al dollaro attraverso il peg del dirham, replicherà automaticamente la pausa della Fed, mantenendo condizioni di prestito stabili per famiglie e imprese. Gli osservatori di Dubai sottolineano come questo meccanismo, per quanto garantisca prevedibilità, esponga la regione alle scelte di un’unica cabina di regia, proprio mentre lo shock petrolifero potrebbe suggerire esigenze diverse. In Europa, e in particolare nell’ottica di Bruxelles, la divergenza rischia di diventare un tema cruciale. Mentre la Fed resta bloccata dalla fiammata inflazionistica, la Banca Centrale Europea si appresta a proseguire con cautela il proprio ciclo di riduzione dei tassi, un disallineamento che potrebbe indebolire l’euro e incidere sul costo delle importazioni energetiche per l’Italia, tuttora esposte alla fatturazione in dollari.

La rimozione dell’ostacolo Tillis non chiarisce ancora quale indirizzo imprimerà Warsh alla Fed, ma ridisegna la scadenza politica dell’intero istituto. Con Powell all’ultimo miglio del suo mandato, il mercato scruterà il comunicato del Fomc alla ricerca di segnali su quanto la maggioranza interna sia disposta a tollerare l’inflazione corrente prima di intervenire nuovamente sui tassi. Da Città del Messico, gli analisti mettono in guardia: la stabilità finanziaria guadagnata con lo sblocco della nomina non cancella i rischi sistemici legati a un conflitto mediorientale che spinge il greggio e disallinea le aspettative di crescita.

Guardando avanti, la Fed di Warsh erediterà un’economia americana meno dinamica di quanto i dati sulla produzione industriale lascino intendere, e un’Europa che osserva con apprensione. Per l’Italia, un dollaro forte e tassi americani persistentemente alti significano da un lato esportazioni più competitive oltre Atlantico, dall’altro un costo del debito che resterà ancorato al clima globale. La vera incognita, suggeriscono da Bruxelles, è se la nuova leadership della banca centrale americana saprà coordinarsi, sia pure tacitamente, con Francoforte in un contesto in cui l’autonomia delle politiche monetarie appare già profondamente intrecciata alla geopolitica dell’energia.

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