
Greggio oltre 110 dollari tra lo stallo di Hormuz e lo strappo dell’Emirato
Il petrolio ha varcato di nuovo la soglia dei 110 dollari al barile, spinto dalla prospettiva sempre più concreta di un blocco prolungato degli approdi iraniani e dall’inedita frattura in seno all’OPEC+. Non accadeva da tre settimane. Mentre le cancellerie europee osservano con crescente allarme un’inflazione energetica che rischia di vanificare la cauta ripresa del Vecchio Continente, i mercati scontano un doppio shock: l’impasse geostrategico nello Stretto di Hormuz e la decisione degli Emirati Arabi Uniti di abbandonare il cartello dei produttori, una mossa che ridisegna gli equilibri di un’architettura pensata per governare la volatilità e che oggi appare sempre più fragile.
Il cuore della tensione rimane Hormuz, quel varco liquido da cui transita quotidianamente un quinto della domanda globale di greggio. Teheran ha ribadito che Washington non può più dettare le condizioni, mentre l’amministrazione Trump – secondo analisti vicini a Bruxelles – valuta con scetticismo l’ultima offerta iraniana per una tregua, giudicata insufficiente perché non scalfisce la questione del programma nucleare. Da Pechino, primo acquirente del greggio che non riesce più a varcare lo Stretto, si osserva come il braccio di ferro stia trasformando una crisi regionale in un onere sistemico per le catene di approvvigionamento asiatiche. La disponibilità a sedersi al tavolo è continuamente frenata da un reciproco disconoscimento di legittimità: gli Stati Uniti hanno nel frattempo istruito i propri collaboratori a predisporre un’estensione del blocco navale, segnalando ai mercati che la strozzatura logistica non sarà temporanea.
In questo clima già incandescente si inserisce la rottura consumata nel Golfo. L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC+ priva il meccanismo dei tagli produttivi del suo terzo maggiore produttore, proprio quando servirebbe un’azione coordinata per calmierare i listini. Secondo gli osservatori finanziari di Londra, lo strappo emiratino riflette tensioni latenti tra i pesi massimi del cartello e la volontà di Abu Dhabi di affrancarsi da quote di produzione considerate penalizzanti, ma il tempismo non potrebbe essere peggiore: l’assenza di un ombrello comune rischia di amplificare ogni strappo geopolitico, iniettando ulteriore incertezza nella formazione dei prezzi.
Per l’Italia e l’Europa mediterranea, questa convergenza di eventi si traduce in un conto energetico destinato ad aggravarsi. I futures del Brent, riferimento per le importazioni europee, hanno allungato la striscia positiva all’ottava seduta consecutiva, mentre le quotazioni del gas restano agganciate a un greggio che ha ormai rivalutato oltre il cinquanta per cento dall’inizio del conflitto. A Roma, la combinazione di un canale di Suez congestionato dalle rotte alternative e di un prezzo del barile stabilmente sopra i cento dollari riaccende lo spettro di un caro-carburanti capace di frenare i consumi interni e appesantire i costi industriali. L’altra faccia della medaglia si osserva nelle Borse, dove il rimbalzo dei rendimenti obbligazionari, alimentato proprio dal carovita energetico, ha innescato una rotazione difensiva che penalizza i titoli tecnologici, già scossi dai dubbi sulla tenuta della bolla dell’intelligenza artificiale.
Lo sguardo resta puntato sul quadrante mediorientale, ma la partita si gioca ormai su un crinale globale. Da una parte, la resilienza della domanda asiatica – che Pechino tenta di soddisfare attingendo a riserve strategiche – continua a offrire un pavimento alle quotazioni. Dall’altra, la frammentazione del cartello e la natura prolungata del blocco iraniano disegnano uno scenario in cui l’offerta fatica a trovare un equilibrio spontaneo. Senza un passo indietro concertato delle diplomazie, l’economia mondiale dovrà convivere con un premio di rischio destinato a restare incollato al prezzo di ogni barile.
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