
Greggio oltre 90 dollari, l’escalation tra Stati Uniti e Iran spinge i prezzi e minaccia le forniture globali
I raid reciproci e il blocco navale nello Stretto di Hormuz fanno temere interruzioni prolungate dei flussi energetici, con ripercussioni dirette su Europa e Italia.
Il prezzo del petrolio Brent ha superato lunedì la soglia dei 90 dollari al barile, toccando i massimi da metà giugno, mentre il greggio statunitense WTI si è portato oltre 84 dollari. L’impennata, superiore al 3% in una sola seduta, estende un rally che nella scorsa settimana aveva già fatto segnare rialzi a due cifre, alimentato dalla moltiplicazione degli scontri armati tra Washington e Teheran. Per la nona notte consecutiva le forze americane hanno condotto attacchi contro obiettivi iraniani, colpendo anche ponti e infrastrutture, mentre l’Iran ha rivendicato il lancio di missili e droni contro basi statunitensi in Giordania – dove si registrano almeno tre militari uccisi – e contro impianti petroliferi in Kuwait.
Secondo fonti della regione mediorientale, Teheran avrebbe inoltre chiesto agli alleati yemeniti di Ansar Allah di prepararsi a chiudere la via di navigazione del Mar Rosso qualora gli Stati Uniti colpissero le infrastrutture energetiche iraniane. Una mossa che, sommata al blocco navale imposto da Washington sui porti iraniani e alle intercettazioni di mercantili nello Stretto di Hormuz rivendicate dalla Repubblica islamica, disegna uno scenario di doppia strozzatura dei due colli di bottiglia da cui transita quotidianamente oltre un quinto del commercio globale di greggio. Il traffico attraverso Hormuz si è già dimezzato e le rotte alternative suggerite dal comando militare americano lungo la costa dell’Oman sono a loro volta esposte ad attacchi, come dimostra l’incendio di un mercantile segnalato dalle autorità marittime britanniche.
Per gli analisti delle principali banche d’affari londinesi e statunitensi, il mercato sta scontando non tanto l’intensità dei combattimenti quanto il collasso delle prospettive diplomatiche. Con il cessate il fuoco temporaneo di aprile ormai archiviato e nessun canale di negoziato attivo, le quotazioni potrebbero restare sotto pressione a lungo: stime circolate tra gli operatori indicano un Brent tra 95 e 105 dollari nello scenario base, con punte fino a 150 dollari in caso di chiusura prolungata di Hormuz. L’impatto si estende al gas naturale europeo, salito del 4%, riaccendendo i timori inflazionistici in un continente che, come l’Italia, dipende in misura strutturale dalle importazioni energetiche. Il Fondo monetario internazionale ha già messo in guardia contro i danni alla crescita globale che un nuovo shock energetico comporterebbe.
Sul fronte valutario, il dollaro si è rafforzato come bene rifugio, mentre i mercati scontano una probabilità leggermente superiore al 50% di un rialzo dei tassi della Federal Reserve a settembre. La riunione di fine luglio della banca centrale americana, tuttavia, dovrebbe confermare un atteggiamento di attesa. In assenza di segnali di de-escalation, l’attenzione resta concentrata sull’evolversi della situazione militare e sulla tenuta delle rotte di approvvigionamento: ogni nuovo sviluppo è destinato a riverberarsi immediatamente sui listini e sulle economie dei paesi importatori, con l’Italia in prima linea per esposizione al caro-energia.
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L'Iran chiude lo Stretto di Hormuz e colpisce le basi americane, dimostrando che la resistenza armata è l'unica risposta all'aggressione. Gli Stati Uniti sono la causa della crisi petrolifera mondiale, mentre i prezzi del greggio salgono sopra i 90 dollari.
Le tensioni tra USA e Iran si intensificano, con Trump che chiede sanzioni aggiuntive, mentre Mosca lavora per stabilizzare il mercato interno dei carburanti. La Russia si presenta come gestore della stabilità energetica di fronte a una crisi globale.
Mediatori propongono una tregua di 10 giorni tra USA e Iran per ridurre le tensioni, ma Washington minimizza l'iniziativa. La comunità internazionale cerca una via diplomatica, mentre l'escalation minaccia le forniture globali.
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