
Guerra in Medio Oriente, le riserve globali di petrolio crollano a livelli senza precedenti
Ad aprile scorte mondiali giù di 200 milioni di barili, produzione Opec al minimo da 36 anni. Domanda in calo, prezzi alle stelle.
Il mese di aprile ha segnato un punto di svolta per i mercati petroliferi mondiali. Le riserve globali di greggio si sono ridotte di quasi 200 milioni di barili, un ritmo di 6,6 milioni al giorno che gli analisti definiscono senza precedenti. Il dato, diffuso da S&P Global Energy, fotografa una situazione paradossale: la domanda è crollata di circa 5 milioni di barili al giorno, il calo più netto dopo la pandemia, ma l’offerta non tiene il passo. La causa è la guerra tra Stati Uniti e Iran, che ha di fatto paralizzato il transito attraverso lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il greggio del Golfo Persico.
Secondo le stime raccolte da Bloomberg, la produzione dei paesi Opec è scesa a 20,55 milioni di barili al giorno, il minimo dal 1990. Il tracollo è particolarmente evidente in Kuwait, dove l’estrazione è crollata di 470 mila barili al giorno fino a 800 mila, meno di un terzo dei volumi precedenti al conflitto. In Iran le perdite sono state massicce, mentre l’Iraq ha subito interruzioni logistiche. Il blocco dello Stretto di Hormuz, di fatto, ha trasformato una crisi diplomatica in una stretta energetica senza precedenti, con effetti immediati sui prezzi che volano e sulle economie importatrici.
L’Europa e l’Italia si trovano in una posizione delicata. La dipendenza dal greggio mediorientale, pur mitigata dalla diversificazione verso il Mediterraneo orientale e il Nord Africa, non è trascurabile. I rincari si riflettono direttamente sul costo della benzina e del riscaldamento, alimentando tensioni inflazionistiche in un momento di debole ripresa. Bruxelles segue con attenzione gli sviluppi, mentre i governi nazionali iniziano a valutare misure di contenimento, dal taglio delle accise a nuovi accordi con fornitori alternativi.
A complicare il quadro è la decisione degli Emirati Arabi Uniti, annunciata il primo maggio, di uscire dall’Opec e dall’Opec+. Abu Dhabi, terzo produttore del cartello dopo Arabia Saudita e Iraq, ha motivato la scelta con la volontà di seguire una strategia autonoma di aumento della capacità produttiva. Per gli analisti di Bruxelles, questa mossa potrebbe indebolire ulteriormente il potere di coordinamento dell’alleanza, già messa a dura prova dalle tensioni interne e dal conflitto in corso.
Guardando al futuro, le previsioni degli osservatori internazionali sono caute. Le scorte globali si avvicinano ai minimi da otto anni secondo Goldman Sachs, e la domanda, sebbene in calo, non riesce a compensare il crollo dell’offerta. La riapertura dello Stretto di Hormuz dipenderà dall’evoluzione del conflitto, attualmente senza prospettive di tregua. Per l’Italia e l’Europa, il rischio è di affrontare un’estate di prezzi elevati e instabilità, con possibili ripercussioni sociali e politiche. L’unica certezza, per ora, è che il mercato petrolifero ha imboccato una strada che nessuno, negli ultimi decenni, aveva mai visto percorrere.
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