
Il 92% degli israeliani attribuisce la vittoria all'Iran: Netanyahu sotto accusa
L'accordo tra Washington e Teheran alimenta lo scetticismo verso il premier, mentre cresce il consenso per un'offensiva nel Libano meridionale.
Un sondaggio condotto dall'Università Ebraica di Gerusalemme in collaborazione con l'Istituto Agam su un campione di 3.644 cittadini israeliani rivela un diffuso senso di sconfitta dopo la conclusione dell'accordo-quadro tra Stati Uniti e Iran. Il 92,1% degli intervistati ritiene che Teheran sia uscita rafforzata dal conflitto; l'82,9% giudica indebolita la sicurezza a lungo termine di Israele. La sfiducia si estende al primo ministro Benjamin Netanyahu: il 72,5% non crede alla sua narrazione di successi militari, mentre il 56,4% valuta la sua gestione «fallimentare» o «scadente». Perfino l'elettorato di destra, tradizionale serbatoio di consensi per il Likud, esprime per il 93,1% la convinzione che l'Iran abbia prevalso.
I dati delineano una crisi di leadership che potrebbe accelerare la parabola discendente di Netanyahu, già alle prese con la fase conclusiva del processo per corruzione. Secondo analisti politici israeliani, il crollo del sostegno personale (dal 40,5% di marzo al 29,4% di giugno) espone il premier alle pressioni dei partner di coalizione, in particolare dei settori più oltranzisti che invocano una linea dura. Il 48,2% degli intervistati si dichiara favorevole a una nuova offensiva su larga scala contro Hezbollah, anche a costo di uno scontro con Washington, a riprova di come il sentimento di insicurezza alimenti opzioni militari che rischiano di compromettere la tregua appena siglata.
Sul fronte americano, un sondaggio dell'Associated Press-NORC registra il 65% di insoddisfazione per la gestione della crisi iraniana da parte del presidente Donald Trump. La frattura politica è netta: tra i repubblicani solo il 28% disapprova, mentre democratici e indipendenti esprimono maggioranze critiche. Da Bruxelles, osservatori registrano con apprensione la divaricazione tra gli interessi strategici europei, favorevoli a un contenimento dell'escalation, e le spinte centrifughe che rischiano di trascinare l'intera regione in una guerra aperta, con ripercussioni dirette sulla sicurezza energetica del Vecchio Continente. L'Iran, dal canto suo, ha subordinato la riapertura dello Stretto di Hormuz all'effettiva cessazione delle ostilità in Libano, come leva negoziale per i colloqui di Ginevra.
I negoziati per trasformare l'intesa temporanea in un accordo definitivo sono iniziati domenica in Svizzera, ma la situazione sul terreno resta fluida. Fonti diplomatiche a Ginevra segnalano che Teheran considera prioritaria la stabilizzazione del Libano, dove gli scontri tra esercito israeliano e milizie sciite hanno già provocato la chiusura dello strategico passaggio marittimo. L'esito dei colloqui dipenderà dalla capacità delle parti di tradurre il cessate il fuoco in un quadro politico sostenibile, mentre a Gerusalemme il governo deve fare i conti con un'opinione pubblica che attribuisce all'Iran la vittoria e chiede una risposta militare che potrebbe far deragliare il processo diplomatico.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.50 | critical |
|---|---|---|
| Stampa sud-est asiatica | 0.00 | neutral |
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.20 | neutral |
L'Occidente osserva con preoccupazione il crescente pessimismo israeliano, che mina la narrativa di vittoria.
La cifra del sondaggio viene utilizzata per mettere in dubbio l'efficacia della strategia israeliana, presentando il dato come prova di un fallimento strategico.
Il Sud-est asiatico prende atto del mutato sentiment israeliano, valutando le ripercussioni regionali.
Si inquadra il sondaggio come un indicatore di un cambiamento geopolitico più ampio, collegandolo a possibili effetti sulle relazioni internazionali.
L'India considera il sondaggio un segnale delle vulnerabilità israeliane, rilevante per i propri equilibri regionali.
Si interpreta il dato come una conferma delle difficoltà israeliane, utilizzandolo per giustificare una posizione cauta nelle relazioni con l'Iran.
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