
Il blocco navale di Trump spinge il petrolio oltre 125 dollari: l’Iran sfida e i mercati tremano
Il prezzo del greggio Brent ha superato i 126 dollari al barile, toccando il livello più alto dal marzo del 2022, dopo che Donald Trump ha dichiarato che il blocco navale americano nel Golfo Persico proseguirà fino a quando Teheran non accetterà un accordo sul nucleare. Una mossa che ha fatto impennare le quotazioni di oltre il 7% in una sola seduta, con il greggio leggero americano salito sopra i 107 dollari. La decisione di prolungare l’embargo de facto sulle esportazioni iraniane – 69 milioni di barili già bloccati, secondo i dati diffusi dal Comando centrale americano – ha chiuso di fatto lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto del petrolio e del gas liquefatto mondiale.
La Casa Bianca, nel frattempo, ha discusso con le major petrolifere come attenuare l’impatto di una misura che potrebbe durare mesi, mentre l’amministrazione cerca alleati per una coalizione internazionale che riapra la via d’acqua. Ma il dialogo con l’Iran resta al palo: la controproposta di Teheran – riapertura dello stretto in cambio dello stop al blocco – è stata respinta da Trump, che ha definito la pressione navale “più efficace dei bombardamenti”. Una linea che trova eco nelle parole del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, secondo cui il blocco è “destinato a fallire” e non farà che accrescere l’instabilità regionale.
L’ottica di Pechino, che guarda con preoccupazione all’escalation, sottolinea come la guerra – costata finora 25 miliardi di dollari alla sola macchina militare americana – sia entrata nella nona settimana senza una via d’uscita, nonostante una tregua formale in vigore dal 7 aprile. Per gli analisti di Bruxelles, lo scenario è preoccupante: l’Europa, già alle prese con l’inflazione energetica, rischia di subire un nuovo shock petrolifero capace di frenare una ripresa economica ancora fragile. A Londra il Brent è volato a 126,41 dollari, mentre i future sul greggio continuano a salire per il nono giorno consecutivo.
Secondo esperti asiatici citati da fonti finanziarie, se il blocco dovesse protrarsi, il barile potrebbe superare i 140-150 dollari, innescando una recessione globale. Il gioco delle parti si è spostato sui canali diplomatici: il Pakistan sta mediando tra Washington e Teheran, mentre l’Iran, attraverso il suo capo negoziatore, ha ironizzato sulle minacce americane, prevedendo un’impennata del greggio fino a 140 dollari se la Casa Bianca non cambierà strategia. Nel frattempo, Trump riceverà nei prossimi giorni un briefing militare su una serie di “colpi brevi e potenti” contro obiettivi iraniani, nel tentativo di rompere lo stallo.
La sensazione, tra gli osservatori, è che ci si trovi di fronte a un bivio: o si trova un accordo negoziale che riapra lo Stretto di Hormuz, o si scivola verso una escalation militare che rischia di far esplodere i prezzi del petrolio e di destabilizzare definitivamente l’economia mondiale. L’Italia, come il resto d’Europa, osserva con apprensione: un conflitto prolungato nel Golfo significherebbe bollette più care, produzione industriale in calo e un’ulteriore stretta sulla già fragile congiuntura economica del continente.
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