
Il canone si allarga, la protesta si infiamma: la scuola italiana al bivio delle riforme
Il gesto è stato tanto plateale quanto simbolico. All’ingresso dell’Istituto tecnico Galileo Galilei di Roma, un gruppo di studenti ha srotolato uno striscione – «Fuori Valditara dal Galilei» – e ha provato a prendere la parola, salvo essere rapidamente messo a tacere e poi chiuso fuori dalla scuola, senza poter recuperare neppure gli zaini. La contestazione, rimbalzata in poche ore sui canali della Rete degli Studenti Medi, non è un episodio isolato: è la spia di un disagio più profondo che attraversa la scuola italiana, proprio mentre il Ministero dell’Istruzione e del Merito mette in campo la sua stagione riformatrice più ambiziosa. Il giorno prima, infatti, il ministro Giuseppe Valditara aveva aperto la consultazione pubblica sulle nuove Indicazioni nazionali per i licei, destinate a entrare in vigore nel 2027, e nel contempo aveva rilanciato l’ipotesi di superare la storica divisione tra licei e istituti tecnici, ridisegnando così l’intera architettura della secondaria superiore.
Al centro del dibattito c’è un’operazione culturale che, secondo gli osservatori italiani, somiglia più a un riordino da grande libreria che a una riscrittura del canone. Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Manzoni e Leopardi restano i pilastri; ma accanto a loro, senza gerarchie esplicite, fanno la loro comparsa J.R.R. Tolkien e Stephen King, Italo Calvino e Philip K. Dick. Il messaggio è chiaro: la tradizione non si cancella, si relativizza. E proprio qui si annida la tensione, perché la domanda che corre tra i banchi e nelle sale docenti è se un simile allargamento possa davvero formare una coscienza critica o rischi invece di appiattire la complessità in nome di un orizzonte condiviso di gusto. L’interrogativo si è incarnato nel caso dei Promessi sposi, che il ministro ha definito una lettura «difficile» per i quindicenni, attirandosi l’ironia di chi fa notare come la fatica del romanzo non stia nel testo in sé, ma nel modo in cui lo si fa incontrare in un’età di formazione grammaticale pura, senza il sostegno della filosofia e delle letterature.
Se si allarga lo sguardo oltre i confini italiani, il panorama diventa ancora più eloquente. Dall’altra sponda dell’Atlantico, il Québec sta applicando con rigore la Legge sulla laicità dello Stato, che vieta al personale scolastico di indossare simboli religiosi. Le cronache canadesi raccontano di decine di educatrici sospese o allontanate, di servizi all’infanzia che rischiano il collasso per la mancanza di personale e di una normalizzazione della discriminazione che, avvertono gli analisti nordamericani, potrebbe incrinare il patto di fiducia tra scuola e famiglie immigrate. È una parabola diversa da quella italiana, ma con un nocciolo comune: la scuola è sempre più il campo di battaglia dove si negoziano identità e valori, spesso con il risultato di polarizzare invece che includere.
La fase di ascolto avviata da Valditara, per la prima volta estesa anche alle Consulte studentesche, prova a disinnescare lo scontro promettendo un testo definitivo solo al termine del confronto. Ma il nodo resta politico, ancor prima che pedagogico. Superare la distinzione tra licei e tecnici significherebbe toccare un modello che in Europa sopravvive quasi esclusivamente in Italia e che, nell’analisi di Bruxelles, viene osservato con interesse proprio per la sua rigidità selettiva, spesso correlata a disuguaglianze sociali e dispersione scolastica. La domanda è se il nuovo inclusivismo letterario e la possibile riforma degli ordinamenti sapranno comporre un disegno coerente o se produrranno solo un mosaico di segnali identitari, mentre per strada resta la voce di chi, come gli studenti del Galilei, si sente ospite indesiderato nella propria scuola.
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