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sabato 2 maggio 2026

Il centro americano per Gaza chiude, il Board of Peace smentisce: la tregua appesa a un filo

La missione simbolo del piano Trump per il dopoguerra a Gaza sta per essere smantellata, o forse no. L’indiscrezione, raccolta dall’agenzia Reuters, è di quelle che fanno rumore: l’amministrazione statunitense avrebbe deciso di chiudere il Civil-Military Coordination Centre (CMCC) di Kiryat Gat, il quartier generale incaricato di vigilare sulla tregua tra Israele e Hamas e di coordinare l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia. In poche ore, però, è arrivata la smentita secca del Board of Peace, l’organismo internazionale voluto dallo stesso Donald Trump per gestire la fase postbellica. “Qualsiasi affermazione sulla chiusura del CMCC è falsa. Il centro sta rafforzando ogni giorno i propri sforzi per continuare a fornire aiuti a un livello che non ha precedenti nella storia moderna”, si legge in un messaggio pubblicato sulla piattaforma X. Dietro lo scontro di versioni, si consuma il paradosso di un’iniziativa che doveva rappresentare il pilastro della stabilizzazione e che oggi appare sempre più fragile, specchio di una tregua logorata da violazioni e stalli politici.

Il centro di Kiryat Gat era nato con ambizioni straordinarie: incardinare in un unico comando militare americano il monitoraggio del cessate il fuoco e la regia dei convogli umanitari, in una terra dove ogni carico di farina o medicinali diventa merce di scambio. Secondo fonti vicine al dossier, Washington starebbe invece riducendo il personale militare da 190 a 40 unità, affidando le funzioni residue a una non ancora formata Forza di stabilizzazione internazionale (ISF). Nei corridoi di Bruxelles, dove pure si segue con apprensione il lento disimpegno americano, l’operazione viene letta come un tentativo di salvare la faccia: non una chiusura, spiegano gli analisti comunitari, ma un assorbimento di fatto che lascia sul terreno un vuoto operativo difficile da colmare, proprio mentre i bisogni umanitari restano immensi.

L’ottica da Washington prova a smussare gli angoli parlando di “riorganizzazione”. La mossa, nelle intenzioni della Casa Bianca, servirebbe a portare competenze civili in una struttura troppo militarizzata, senza rinunciare alla regia americana. Ma da Tel Aviv la percezione è assai diversa: per molti osservatori israeliani, il ridimensionamento del CMCC segnala il fallimento del modello di tregua imposto da Trump, già provato dal rifiuto di Hamas di deporre le armi e dalle ripetute incursioni dell’esercito israeliano. Il centro, accusano i critici, non è riuscito a impedire le violazioni né a garantire un flusso costante di soccorsi, finendo per trasformarsi in un costoso avamposto privo di reale influenza sui protagonisti del conflitto.

Le capitali arabe, che pure avevano accolto con cautela l’iniziativa americana, non nascondono lo scetticismo. Dal Cairo ad Amman, l’impressione è che l’amministrazione Trump stia progressivamente abdicando al ruolo di garante, scaricando sugli attori regionali e su una improbabile forza internazionale il peso di un accordo sempre più traballante. Per l’Italia e l’Europa, il segnale è tutt’altro che rassicurante. Un disimpegno affrettato degli Stati Uniti aumenterebbe la pressione sui governi europei perché compensino, con fondi e missioni civili, il ritiro del personale americano, in uno scacchiere già segnato da profonde divisioni interne. Roma, che ha investito molto nella stabilizzazione del Mediterraneo orientale, si troverebbe a dover ricalibrare il proprio impegno, mentre il Parlamento europeo discute di nuovi pacchetti di assistenza.

La smentita del Board of Peace, per quanto netta, non dissipa le incognite. In molti, negli ambienti diplomatici, leggono la dichiarazione come un tentativo di prendere tempo, in attesa che l’ISF assuma una qualche consistenza operativa. Ma quella forza non esiste ancora se non sulla carta, e la finestra per tenerla in vita una tregua effimera si sta chiudendo in fretta. Se la missione americana davvero si contrae fino a spegnersi, a perdere non sarà soltanto l’influenza di Washington, ma la prospettiva concreta di un dopoguerra ordinato. E Gaza, ancora una volta, resterà sospesa tra le promesse della diplomazia e le macerie della realtà.

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Il centro americano per Gaza chiude, il Board of Peace smentisce: la tregua appesa a un filo

La missione simbolo del piano Trump per il dopoguerra a Gaza sta per essere smantellata, o forse no. L’indiscrezione, raccolta dall’agenzia Reuters, è di quelle che fanno rumore: l’amministrazione statunitense avrebbe deciso di chiudere il Civil-Military Coordination Centre (CMCC) di Kiryat Gat, il quartier generale incaricato di vigilare sulla tregua tra Israele e Hamas e di coordinare l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia. In poche ore, però, è arrivata la smentita secca del Board of Peace, l’organismo internazionale voluto dallo stesso Donald Trump per gestire la fase postbellica. “Qualsiasi affermazione sulla chiusura del CMCC è falsa. Il centro sta rafforzando ogni giorno i propri sforzi per continuare a fornire aiuti a un livello che non ha precedenti nella storia moderna”, si legge in un messaggio pubblicato sulla piattaforma X. Dietro lo scontro di versioni, si consuma il paradosso di un’iniziativa che doveva rappresentare il pilastro della stabilizzazione e che oggi appare sempre più fragile, specchio di una tregua logorata da violazioni e stalli politici.

Il centro di Kiryat Gat era nato con ambizioni straordinarie: incardinare in un unico comando militare americano il monitoraggio del cessate il fuoco e la regia dei convogli umanitari, in una terra dove ogni carico di farina o medicinali diventa merce di scambio. Secondo fonti vicine al dossier, Washington starebbe invece riducendo il personale militare da 190 a 40 unità, affidando le funzioni residue a una non ancora formata Forza di stabilizzazione internazionale (ISF). Nei corridoi di Bruxelles, dove pure si segue con apprensione il lento disimpegno americano, l’operazione viene letta come un tentativo di salvare la faccia: non una chiusura, spiegano gli analisti comunitari, ma un assorbimento di fatto che lascia sul terreno un vuoto operativo difficile da colmare, proprio mentre i bisogni umanitari restano immensi.

L’ottica da Washington prova a smussare gli angoli parlando di “riorganizzazione”. La mossa, nelle intenzioni della Casa Bianca, servirebbe a portare competenze civili in una struttura troppo militarizzata, senza rinunciare alla regia americana. Ma da Tel Aviv la percezione è assai diversa: per molti osservatori israeliani, il ridimensionamento del CMCC segnala il fallimento del modello di tregua imposto da Trump, già provato dal rifiuto di Hamas di deporre le armi e dalle ripetute incursioni dell’esercito israeliano. Il centro, accusano i critici, non è riuscito a impedire le violazioni né a garantire un flusso costante di soccorsi, finendo per trasformarsi in un costoso avamposto privo di reale influenza sui protagonisti del conflitto.

Le capitali arabe, che pure avevano accolto con cautela l’iniziativa americana, non nascondono lo scetticismo. Dal Cairo ad Amman, l’impressione è che l’amministrazione Trump stia progressivamente abdicando al ruolo di garante, scaricando sugli attori regionali e su una improbabile forza internazionale il peso di un accordo sempre più traballante. Per l’Italia e l’Europa, il segnale è tutt’altro che rassicurante. Un disimpegno affrettato degli Stati Uniti aumenterebbe la pressione sui governi europei perché compensino, con fondi e missioni civili, il ritiro del personale americano, in uno scacchiere già segnato da profonde divisioni interne. Roma, che ha investito molto nella stabilizzazione del Mediterraneo orientale, si troverebbe a dover ricalibrare il proprio impegno, mentre il Parlamento europeo discute di nuovi pacchetti di assistenza.

La smentita del Board of Peace, per quanto netta, non dissipa le incognite. In molti, negli ambienti diplomatici, leggono la dichiarazione come un tentativo di prendere tempo, in attesa che l’ISF assuma una qualche consistenza operativa. Ma quella forza non esiste ancora se non sulla carta, e la finestra per tenerla in vita una tregua effimera si sta chiudendo in fretta. Se la missione americana davvero si contrae fino a spegnersi, a perdere non sarà soltanto l’influenza di Washington, ma la prospettiva concreta di un dopoguerra ordinato. E Gaza, ancora una volta, resterà sospesa tra le promesse della diplomazia e le macerie della realtà.

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