
Il cinema come ponte: due film giapponesi riannodano i fili dell'umanità tra storie vere e lontane
Due recenti pellicole giapponesi stanno ridefinendo il modo in cui il cinema contemporaneo si appropria delle storie vere, trasformandole in veicoli di empatia capaci di superare barriere geografiche e culturali. Da un lato, il regista Ishii Yuya con «Perché si scrivono le lettere d'amore» indaga il gesto intimo della corrispondenza sentimentale a partire da un fatto reale, riannodando il filo che lega la finzione cinematografica alla memoria collettiva. Dall'altro, Fujimoto Akio con «Lost Land» porta sullo schermo il dramma di due bambini rohingya in fuga verso la Malesia, girato senza attori professionisti e senza una parola di giapponese, con l'obiettivo dichiarato di far sentire quei volti come vicini di casa.
Nell'ottica del Sud-est asiatico, il film di Fujimoto rappresenta una scommessa ardita: raccontare la condizione dei circa un milione di profughi rohingya confinati in Bangladesh senza cadere nel pietismo o nella cronaca nera. La regia sceglie piuttosto di seguire i piccoli protagonisti in un viaggio claustrofobico attraverso foreste e baracche, restituendo loro una dignità che i notiziari spesso cancellano. Per gli osservatori europei, questa scelta estetica richiama il miglior neorealismo italiano, dove la realtà non è spiegata ma mostrata nella sua nuda potenza. Il paradosso, come sottolineano i critici giapponesi, è che proprio l'assenza di riferimenti al Giappone rende la storia universale e, al tempo stesso, vicina allo spettatore di Tokyo o di Milano.
L'operazione di Ishii Yuya si muove su un binario parallelo: riportare l'attenzione sulla potenza della scrittura manuale come atto di resistenza all'effimero digitale. Il film nasce da una corrispondenza realmente avvenuta tra due anziani sopravvissuti a un disastro, ma il regista evita la biografia lineare per costruire una riflessione a più voci sul perché, in un'epoca di messaggi istantanei, si scelga ancora di affidare i sentimenti a carta e inchiostro. Dal punto di vista della critica internazionale, l'opera si inserisce in quel ricco filone che da «Lettera di una sconosciuta» arriva fino a «Her», interrogando il rapporto tra medium e intimità.
Sullo sfondo, emerge una tendenza più ampia che interessa il cinema mondiale: la riscoperta del «vero» non come mero dato di cronaca, ma come pretesto per tessere legami affettivi tra chi guarda e chi è guardato. Secondo gli analisti di Bruxelles, questo movimento è particolarmente significativo in un'Europa alle prese con la crisi migratoria e la polarizzazione identitaria. In Italia, dove la memoria del neorealismo è ancora viva, l'arrivo di queste opere potrebbe offrire spunti per un dibattito su come il cinema italiano possa a sua volta raccontare le storie di chi arriva da lontano senza tradurle in stereotipi.
Il futuro di questa cinematografia «di connessione» appare promettente, ma pone anche una sfida: come evitare che l'empatia si trasformi in consumo emotivo. I due registi giapponesi sembrano suggerire una risposta: lavorare con le comunità, non su di esse. Fujimoto ha coinvolto rifugiati rohingya nel cast e nella scrittura; Ishii ha raccolto centinaia di lettere reali. In un'epoca di distanze crescenti, il cinema potrebbe rivelarsi l'ultimo spazio dove l'incontro con l'altro è ancora possibile, a patto che siate disposti a guardare, non solo a vedere.
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