
Il Consiglio d’Europa cambia rotta sui migranti: espulsioni più facili, diritti a rischio
I 46 Stati membri adottano a Chișinău una dichiarazione che reinterpreta la Cedu. L’Italia e il Regno Unito ottengono margini per rimpatri accelerati e hub in paesi terzi.
A Chișinău, i ministri del Consiglio d’Europa hanno firmato una dichiarazione che riscrive, senza toccare la carta, il rapporto tra la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e le politiche migratorie. Il testo, approvato all’unanimità dai 46 Stati membri, non è vincolante ma ha una forte valenza politica: invita la Corte di Strasburgo a modificare la propria giurisprudenza sugli articoli 3 e 8, quelli che proteggono dalla tortura e dal diritto alla vita familiare. L’obiettivo dichiarato è facilitare le espulsioni degli stranieri condannati e aprire la strada ai cosiddetti return hub, centri di rimpatrio situati in paesi terzi. Secondo gli analisti di Bruxelles, la mossa nasce dalla pressione crescente di governi come quello britannico e italiano, che da anni denunciano i vincoli imposti dalla Corte ai rimpatri.
Dal punto di vista di Roma, il documento rappresenta una vittoria politica, in particolare per la premier Meloni, che vede riconosciuta la legittimità del modello Albania – il progetto di trasferire i richiedenti asilo in centri fuori dall’Unione – come strumento conforme ai nuovi orientamenti. La linea italiana, che ha già portato a un aumento del 55% dei rimpatri rispetto al 2022, viene così legittimata a livello paneuropeo. Ma la lettura è ben diversa da quella delle organizzazioni per i diritti umani e di alcuni osservatori giuridici, secondo i quali la dichiarazione di Chișinău, pur non obbligando i giudici, esercita una pressione informale per restringere le tutele fondamentali, soprattutto per i richiedenti asilo respinti e i condannati già radicati sul territorio.
L’ottica di Pechino, che segue con attenzione il dibattito europeo perché coinvolge i suoi partner commerciali, registra il segnale politico: l’Europa dei diritti si piega alle urgenze sovraniste. A Lisbona, il portale UOL ha sottolineato come la dichiarazione qualifichi i diritti previsti dagli articoli 3 e 8, aprendo la possibilità di deportazioni anche verso paesi dove il migrante rischierebbe trattamenti degradanti, purché lo Stato di espulsione si impegni a monitorare la situazione. Una clausola che, nelle mani di governi determinati, potrebbe trasformarsi in una scorciatoia burocratica.
Il vero banco di prova sarà il comportamento della Corte di Strasburgo. La dichiarazione non la vincola, ma le chiede di tenere conto del mutato clima politico. Se la giurisprudenza si allineerà, il diritto alla vita familiare e il divieto di tortura subiranno un ridimensionamento pratico, senza essere formalmente abrogati. Per l’Italia e l’Europa si apre una fase delicata: da un lato, l’esigenza di governare i flussi migratori con strumenti efficaci; dall’altro, il rischio di minare l’architettura dei diritti che ha reso il Consiglio d’Europa un modello globale. La dichiarazione di Chișinău potrebbe essere il primo passo verso una riscrittura di fatto della Convenzione, fatta non con l’inchiostro ma con l’interpretazione.
| Stampa europea continentale | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.60 | critical |
I governi europei, guidati da Italia e Regno Unito, hanno imposto una dichiarazione che spinge la Corte di Strasburgo a reinterpretare la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, facilitando le espulsioni di migranti condannati e richiedenti asilo respinti. I critici avvertono che si tratta di un allarmante arretramento dei diritti fondamentali, motivato da calcoli politici e dalla volontà di eludere le tutele legali. La mossa è vista come un pericoloso precedente che antepone il controllo delle frontiere alla dignità umana.
Il Consiglio d'Europa ha adottato una nuova interpretazione della Convenzione europea dei diritti umani che potrebbe facilitare le espulsioni di migranti, anche verso centri di rimpatrio in altri paesi. I critici sostengono che la mossa indebolisce le protezioni fondamentali e risponde alle lamentele degli Stati membri che la Corte aveva bloccato le espulsioni forzate. La decisione è vista come un passo indietro per i diritti umani, che privilegia il controllo statale sulle garanzie individuali.
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