
Il corpo gonfio di Maradona e il silenzio dei medici: la lunga verità del processo
Le immagini di Diego Armando Maradona disteso sul letto di morte, il ventre turgido come un pallone, hanno scosso ieri l'aula del Tribunale di San Isidro. Il medico d'urgenza Juan Carlos Pinto, giunto in ambulanza il 25 novembre 2020, ha descritto un corpo devastato dall'edema polmonare e dall'ascite, rivelando un quadro clinico che contrasta con la narrazione di una morte improvvisa. L'autopsia e le fotografie, mostrate per la prima volta nel processo contro l'équipe medica per presunta negligenza, spingono l'opinione pubblica argentina a chiedersi se si poteva salvare il più grande calciatore di tutti i tempi.
Dal banco degli imputati, il neurochirurgo Leopoldo Luque ha ribadito la sua versione: "Non ero il medico personale di Diego", ha dichiarato, cercando di smarcarsi da un rapporto che fonti vicine alla famiglia descrivono come pressoché quotidiano. La figlia Gianinna, attraverso i suoi legali, ha replicato seccamente: "Vuole coprire il sole con un dito". Il pubblico ministero Patricio Ferrari, ascoltata la testimonianza, ha parlato di "ennesima negazione" e ha ribadito che le prove documentali smentiscono Luque. Tre testi – un perito, un poliziotto e un altro medico – hanno concordato sullo stato di edema generalizzato del corpo, segno di una sofferenza prolungata e non di un collasso fulmineo.
Se in Argentina il processo è vissuto come un esame di coscienza nazionale sul mito e sulla sua fine, in Italia la vicenda assume contorni particolari. È a Napoli che Maradona è diventato divinità laica, e il popolo partenopeo attende con angoscia una sentenza che possa chiarire se il proprio eroe sia stato abbandonato. Gli analisti di Bruxelles, pur distanti dal calcio sudamericano, sottolineano come il caso sollevi interrogativi universali sulla responsabilità medica nei confronti di pazienti celebri e vulnerabili, un tema che riguarda l'intero sistema sanitario europeo.
Intanto, un'altra figura storica del calcio argentino, Oscar Ruggeri, si è commosso in un'intervista ricordando il gesto con cui Maradona, dopo il doping del 1994, gli cedette la fascia di capitano. Il brazalete, ancora conservato da Ruggeri, simboleggia un'eredità affettiva che il processo, con le sue crude evidenze, rischia di offuscare.
L'esito del dibattimento, atteso per i prossimi mesi, deciderà se sette professionisti – tra medici e infermieri – saranno condannati per omicidio colposo. Ma al di là delle sentenze, il vero nodo è la fragilità di un mito che il mondo ha adorato e che, forse, nessuno ha protetto fino in fondo.
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