
Il Diavolo veste Prada 2 delude tra razzismo e crisi dell’editoria, Michael trionfa ai box office
È bastata una clip di trentotto secondi a incrinare l’attesa per Il Diavolo veste Prada 2. Nel breve estratto, la nuova assistente Jin Chao – interpretata dall’attrice sinoamericana Helen J. Shen – si presenta ad Anne Hathaway snocciolando risultati scolastici con goffa irruenza, ricalcando il cliché della secchiona asiatica priva di grazia sociale. Negli Stati Uniti, la reazione online è stata immediata: accuse di razzismo anti-asiatico, denuncia di uno stereotipo che il cinema hollywoodiano fatica a scrollarsi di dosso. Una crepa che si è allargata non appena la pellicola è stata proiettata integralmente, rivelando un sequel in cui la magia del primo capitolo si dissolve in una nebbia nostalgica.
Dalla Francia, la critica non ha usato mezzi termini, paragonando il film a una vecchia borsa mal riciclata. La pellicola, anziché aggiornare lo sguardo feroce sull’industria della moda, si scopre narrazione della crisi del giornalismo cartaceo: la rivista Runway è alle prese con budget e clic, l’aura di Miranda Priestly si spegne in un doppiaggio quasi afono, e il gesto iconico del cappotto gettato sulla scrivania lascia il posto a una gruccia appesa con imbarazzo. In Italia, i recensori hanno parlato di «museo delle cere» e di «porto delle nebbie», sottolineando come il mito della caporedattrice despota si sgretoli insieme a quello di un’editoria moda ormai spodestata dal dominio degli influencer e delle piattaforme.
Eppure, mentre questo ritorno agrodolce appassiva sugli schermi europei, un’altra resurrezione cinematografica polverizzava i botteghini globali. Michael, il biopic sul Re del Pop diretto da Antoine Fuqua con Jaafar Jackson nel ruolo dello zio, sta incassando cifre imponenti. La pellicola, blindata da una produzione che ha saputo evitare ogni ombra sulla figura dell’artista per confezionare una fiaba epica, beneficia di un tempismo perfetto: il catalogo musicale di Jackson, valutato un miliardo e mezzo di dollari, si riversa sull’onda emotiva di una platea planetaria nostalgica. Secondo gli analisti nordamericani, il divario sta nell’approccio agiografico: mentre Il Diavolo veste Prada 2 ha tentato di smontare il proprio mito, Michael lo ha incorniciato senza incrinature.
In America Latina, l’anteprima del sequel ha sfilato sul red carpet del MALBA di Buenos Aires con volti noti come Juana Viale e Iván de Pineda, testimoniando una macchina promozionale che punta ancora sull’appeal glamour delle star invecchiate bene. Ma l’entusiasmo mondano delle cronache argentine non basta a mascherare il responso agrodolce di un’operazione che, per l’Europa, rappresenta un congedo definitivo dall’olimpo della moda dei primi Duemila, quando Galliano disegnava per Dior e le riviste dettavano legge.
Il confronto tra i due eventi svela il paradosso del blockbuster contemporaneo. Da un lato, la nostalgia diventa macchina da soldi se lubrificata dalla mitografia senza ombre; dall’altro, il richiamo del passato si trasforma in boomerang quando tenta di riflettere le fratture del presente senza trovare una voce nuova. Per l’Italia, che vive con intensità la crisi dell’editoria e il tramonto della moda come potere simbolico, Il Diavolo veste Prada 2 suona come un epitaffio, non un revival. Resta da chiedersi se i prossimi sequel sapranno rinegoziare l’eredità dei propri originali, o se continueremo a vestire i vecchi miti con abiti che non calzano più.
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