
Il duello Musk-Altman e il costo umano dell’intelligenza artificiale
Il processo che vede contrapposti Elon Musk e Sam Altman a San Francisco non è soltanto una faida tra titani della tecnologia. È il simbolo di una fase in cui la corsa alla supremazia nell’intelligenza artificiale si fa sempre più aspra, con implicazioni che travalicano i confini delle aule di tribunale californiane. Musk, che accusa Altman di aver tradito lo spirito originario di OpenAI, ha ingaggiato una battaglia legale destinata a ridefinire gli equilibri del settore. A difendere Altman c’è William Savitt, lo stesso avvocato che nel 2022 costrinse Musk a portare a termine l’acquisizione di Twitter. Un duello tra avvocati d’élite che riflette la posta in gioco: miliardi di dollari e il controllo di una tecnologia che promette di trasformare ogni aspetto della vita economica.
Ma mentre i riflettori sono puntati sui due imprenditori, la realtà che si consuma fuori dai palazzi di giustizia è fatta di licenziamenti di massa e inquietudini sociali. Nelle scorse settimane Meta, Microsoft e Oracle hanno annunciato tagli che coinvolgono decine di migliaia di lavoratori, giustificati con il bisogno di investire nell’intelligenza artificiale. Secondo gli analisti di Bruxelles, il fenomeno ha raggiunto un’intensità tale da sollevare interrogativi sulla tenuta dei modelli occupazionali europei. La storia virale di un ingegnere informatico con diciotto anni di esperienza costretto a lavorare al McDonald’s dopo essere stato licenziato per via dell’automazione è solo la punta dell’iceberg. Dario Amodei, CEO di Anthropic, continua a ripetere che l’AI cancellerà metà dei lavori d’ufficio entry-level entro pochi anni, provocando un’impennata della disoccupazione tra il dieci e il venti per cento. Parole che Jensen Huang, patron di Nvidia, ha bollato come inutili catastrofismi, invitando i colleghi a basarsi sui fatti più che sulle profezie.
Nel frattempo, le grandi aziende tecnologiche cercano di dare un’anima alle loro creature. I dipartimenti di filosofia, un tempo considerati un lusso accademico, sono diventati terreno di caccia per i laboratori di AI, che assumono laureati a sei cifre per insegnare alle macchine cos’è il bene e come allinearsi ai valori umani. Un tentativo necessario, ma che secondo gli osservatori di Pechino rischia di rimanere pura scenografia se non accompagnato da una regolamentazione seria. E mentre Musk e Altman si contendono la scena, nell’ombra operano fondi sovrani di Abu Dhabi, centri di calcolo in Texas e società cinesi come Alibaba, pronti a dettare le prossime mosse.
Per l’Europa e per l’Italia, la sfida è duplice: cogliere le opportunità di produttività senza subire passivamente le conseguenze sociali. Come osserva un recente sondaggio di KPMG citato da analisti francesi, oltre la metà dei lavoratori americani teme oggi per il proprio posto a causa dell’intelligenza artificiale, una percentuale quasi doppia rispetto a un anno fa. Il rischio che l’obsolescenza umana diventi un’ombra permanente sulle economie sviluppate è concreto. Serviranno programmi di riconversione ambiziosi e un dialogo serrato tra istituzioni e imprese. La partita, insomma, è appena cominciata, e nessuno può ancora dire chi uscirà vincitore.
Allarga lo sguardo
Washington revoca il visto all’ambasciatrice brasiliana: scontro diplomatico a due mesi dal voto
3 lingue · 43 testate
Da Economy & MarketsI giganti del petrolio incassano utili record sulla guerra in Iran, Trump accusa le major americane
2 lingue · 21 testate
Da TechnologyApple rimuove Telegram dall’App Store per materiale pedopornografico, poi lo ripristina in giornata
3 lingue · 21 testate