
Il Giappone trema ancora: il sisma di Hokkaido, gli incendi e lo spettro del megasisma
La terra ha ripreso a tremare in Giappone nelle prime ore di lunedì 27 aprile, quando una scossa di magnitudo 6.2 – rivista al rialzo dall’Agenzia meteorologica giapponese dopo una stima iniziale di 6.1 – ha colpito il sud dell’isola di Hokkaido a una profondità di circa ottanta chilometri. L’epicentro, localizzato a ovest della cittadina di Obihiro e a diciotto chilometri da Sarabetsu, non ha generato allarme tsunami né, secondo le prime rilevazioni, vittime o danni strutturali di rilievo. La profondità dell’ipocentro ha smorzato l’energia in superficie, ma l’Istituto geologico statunitense ha confermato che nelle zone prossime all’epicentro le scosse sono state percepite come distruttive. Il fenomeno è stato registrato anche dagli strumenti russi della filiale Altaj-Sajan dell’Accademia delle Scienze: nei villaggi delle Curili meridionali, territorio conteso tra Mosca e Tokyo, l’intensità ha raggiunto i due-tre gradi della scala di intensità, segno di come la terra abbia vibrato attraverso il mare di Okhotsk fino ai confini settentrionali che l’Italia e l’Europa osservano con attenzione geopolitica, memori di quanto le tensioni sismiche possano intersecare quelle diplomatiche.
La scossa di Hokkaido giunge peraltro in un momento di straordinaria pressione sul sistema di protezione civile nipponico. Da cinque giorni, un vasto incendio boschivo sta divorando le montagne della prefettura di Iwate, sulla costa nord-orientale dell’isola di Honshu, minacciando l’abitato costiero di Otsuchi e costringendo le autorità a mobilitare millequattrocento vigili del fuoco. Sebbene il sisma di oggi sia avvenuto al di fuori della zona interessata dalle fiamme, la concomitanza dei due eventi – un terremoto significativo e roghi che lambiscono i centri abitati – mostra con crudezza come il Giappone debba gestire un rischio naturale composito, nel quale la stabilità dei versanti viene aggravata dalle scosse e la logistica dei soccorsi rischia di essere messa a dura prova. L’Agenzia meteorologica giapponese ha del resto avvertito che nelle aree in cui lo scuotimento è stato più intenso è cresciuto il pericolo di frane e caduta massi, un’anomalia che non può essere ignorata.
Sul piano della previsione sismica, l’evento si inserisce in una sequenza che aveva già allarmato gli esperti. Appena una settimana fa, un terremoto di magnitudo 7.7 al largo della prefettura di Iwate aveva spinto Tokyo a emettere un avviso di accresciuto rischio di megasisma lungo la fossa oceanica del Giappone nord-orientale, con una magnitudo potenziale di 8.0 o superiore. L’episodio di Hokkaido, tuttavia, è avvenuto al di fuori dell’area coperta da quell’allerta e non ha alterato la valutazione temporale del periodo di vigilanza rafforzata, che resta in vigore. Secondo gli analisti di Tokyo, questa distinzione è cruciale: il sisma di Hokkaido non è una replica della scossa principale di Iwate, ma il frutto di una dinamica autonoma legata alla subduzione della placca pacifica, che in quella regione sprofonda a profondità maggiori producendo eventi meno superficiali e quindi meno distruttivi in superficie, ma capaci di diffondere energia a distanze considerevoli.
Dall’ottica di Bruxelles e delle capitali europee, il ripetersi di tali fenomeni conferma la necessità di rafforzare i meccanismi di allerta precoce e la cultura della prevenzione anche nel bacino del Mediterraneo, dove l’Italia condivide con il Giappone una vulnerabilità sismica strutturale. Le mappe di pericolosità europee indicano chiaramente che un terremoto di magnitudo analoga, seppure a profondità minori, colpirebbe l’Appennino con conseguenze ben più severe sull’edificato storico. Non è casuale che il sistema di monitoraggio italiano intrattenga da anni uno scambio di dati e protocolli con l’omologo giapponese, proprio per affinare modelli predittivi che in nessuna parte del mondo, va ricordato, possono ancora indicare con certezza il momento esatto di una scossa.
A preoccupare, nella prospettiva di medio termine, è piuttosto l’effetto cumulativo degli stress tettonici lungo l’intero arco insulare. Gli istituti geofisici russi, così come quelli statunitensi, convergono nel ritenere che la sequenza sismica in corso non rappresenti un’anomalia isolata, ma il segnale di un rilascio energetico che potrebbe coinvolgere faglie ancora silenti. Mentre le fiamme in Iwate continuano a bruciare e l’allerta megasisma non viene revocata, il Giappone si conferma laboratorio globale della convivenza con la forza tellurica, e l’Europa – con l’Italia in prima fila – non può permettersi di guardare con distacco a una lezione che parla di pianificazione territoriale, resilienza delle infrastrutture e, in ultima analisi, di quanto sia fragile l’equilibrio tra civiltà e geologia.
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