
Il governo indiano blocca il documentario su Lawrence Bishnoi: scontro tra libertà d’espressione e ordine pubblico
New Delhi ha fermato la messa in onda di “Lawrence of Punjab”, una docu-serie dedicata al gangster Lawrence Bishnoi, pochi giorni prima della prevista pubblicazione su ZEE5, prevista per il 27 aprile. La decisione, comunicata dal ministero dell’Informazione e della Radiodiffusione, è stata motivata con la necessità di prevenire turbative all’ordine pubblico, come segnalato dalla polizia del Punjab, e con preoccupazioni legate a presunte inesattezze fattuali. Il provvedimento è stato notificato all’alta corte di Punjab e Haryana nell’ambito di un ricorso presentato dal presidente del Congresso statale, Amrinder Singh Raja Warring, che aveva chiesto la censura della serie accusandola di glorificare la cultura criminale.
La corte ha quindi archiviato il ricorso dopo aver preso atto dell’intervento governativo, dando così il via libera sostanziale alla sospensione. Al centro della vicenda c’è Lawrence Bishnoi, trentatreenne detenuto in un carcere del Gujarat, tra i principali imputati per l’omicidio del cantante Sidhu Moosewala, avvenuto nel 2022, e coinvolto in decine di altri procedimenti penali. La sua figura, emblema della criminalità organizzata nel nord dell’India, ha catalizzato l’attenzione mediatica e politica, alimentando il dibattito su come il racconto audiovisivo possa influenzare la percezione pubblica dei boss.
Secondo gli analisti di Delhi, il blocco riflette la crescente sensibilità del governo nei confronti dei contenuti digitali che rischiano di esaltare la violenza o di minare la stabilità sociale, specialmente in uno stato come il Punjab, già segnato da tensioni tra comunità e dalla piaga del narcotraffico. La scelta di intervenire direttamente, senza attendere una pronuncia giudiziale, dimostra una linea più rigida rispetto al passato, quando simili divieti erano riservati quasi esclusivamente ai media tradizionali. ZEE5, dal canto suo, ha annunciato l’intenzione di impugnare l’ordinanza dinanzi all’alta corte di Delhi, sostenendo che la decisione violi i principi costituzionali di libertà di espressione.
La piattaforma potrà far valere il precedente della sentenza della Corte suprema indiana che, in casi analoghi, ha stabilito la necessità di un vaglio giudiziario prima di qualsiasi censura preventiva. Resta da vedere se il tribunale accoglierà la richiesta, in un clima politico in cui il governo sembra voler rafforzare il proprio controllo sulle piattaforme over-the-top. Per l’Europa, abituata a un approccio più garantista, questa vicenda solleva interrogativi sul futuro della regolamentazione dei contenuti globali: mentre Bruxelles lavora a un Digital Services Act che bilanci libertà e responsabilità, l’India mostra di prediligere la mano ferma dello stato, con ricadute che potrebbero estendersi anche ai produttori internazionali che operano nel subcontinente.
L’esito della battaglia legale di ZEE5 segnerà forse un confine tra la tutela dell’ordine pubblico e il diritto di raccontare, anche in modo scomodo, le pieghe più oscure della società indiana.
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