
Petrolio, a luglio balzo del 20%: tensioni in Medio Oriente e scorte ai minimi spingono i prezzi
I future sul Brent chiudono il mese con il maggiore rialzo da marzo, mentre le interruzioni delle rotte marittime e i timori per l'offerta alimentano la volatilità.
I contratti future sul petrolio hanno archiviato luglio con un rialzo superiore al 20%, il più marcato da marzo. Il Brent, riferimento globale, ha guadagnato circa il 20,4% (portandosi a 87,93 dollari al barile alla chiusura di venerdì), mentre il WTI americano è salito del 21,8% a 84,67 dollari. Su base settimanale, tuttavia, entrambi i benchmark hanno registrato perdite superiori al 4%, segnalando la persistente volatilità del mercato.
A sostenere i prezzi è stata una combinazione di fattori geopolitici e di offerta. Le tensioni in Medio Oriente non accennano a diminuire: lo Stretto di Hormuz, via di transito cruciale per il greggio, rimane di fatto limitato, con la Guardia rivoluzionaria iraniana che ha fermato due petroliere e costretto altre quattro a cambiare rotta. Gli attacchi dei ribelli Houthi nel Mar Rosso hanno ulteriormente ampliato il conflitto. Sul fronte delle scorte, gli inventari statunitensi sono scesi ai minimi dal luglio 2014, in particolare a Cushing, punto di consegna del WTI. Aaron Kildow, analista di Sparta Commodities, ha definito la situazione «molto più pericolosa» rispetto all'inizio della crisi, proprio a causa dell'esaurimento delle riserve, e non esclude un ritorno dei prezzi fino a 120 dollari al barile.
Le iniziative diplomatiche e militari si moltiplicano. Stati Uniti e Israele starebbero valutando un blocco terrestre dell'Iran, mentre Teheran prosegue i colloqui con l'Oman per una gestione congiunta dello Stretto di Hormuz. L'Arabia Saudita, dal canto suo, sta cercando di formare una coalizione internazionale per proteggere la navigazione nel Mar Rosso. Secondo Ole Hvalbye di SEB Research, il mercato ha smesso di reagire alla guerra in sé e ha iniziato a seguire i dati concreti sul traffico marittimo: il 31 luglio due superpetroliere sono riuscite a transitare da Hormuz, ma i volumi restano contenuti, mentre 29 navi mercantili hanno attraversato lo Stretto di Bab el-Mandeb.
In questo scenario, gli analisti prevedono un'elevata volatilità. Paolo Broccardo, amministratore delegato di BankPro, stima che il Brent oscillerà tra 80 e 100 dollari, con i prezzi determinati dalle notizie geopolitiche. Gli esperti di BMI avvertono che scontri periodici tra Stati Uniti e Iran, pur senza un ritorno a combattimenti intensi, creano le premesse per oscillazioni improvvise. Il mercato resta dunque in attesa di sviluppi sulle rotte di approvvigionamento e sui negoziati in corso, consapevole che la ricostruzione delle scorte richiederà mesi, se non anni.
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
| Stampa sud-est asiatica | +0.10 | neutral |
I mercati reagiscono positivamente ai segnali di distensione, premiando la diplomazia e la cooperazione marittima.
Il blocco rende plausibile la sua posizione stabilendo un nesso causale diretto tra iniziative diplomatiche/marittime e calo dei prezzi, supportato da dati numerici.
Il blocco omette i profitti delle compagnie petrolifere derivanti dal conflitto, evidenziati dalla stampa atlantica.
Le compagnie petrolifere incassano profitti record mentre i consumatori soffrono per la scarsità e i prezzi alti.
Il blocco utilizza un contrasto tra profitti aziendali e disagio dei consumatori per creare indignazione morale, supportato dalle aspettative degli analisti.
Il blocco ignora i segnali diplomatici e la coalizione marittima saudita che hanno contribuito al calo dei prezzi, concentrandosi solo sul conflitto e sui profitti.
Il mercato è diviso tra timori di escalation e speranze di distensione, con i prezzi che oscillano di conseguenza.
La plausibilità del blocco deriva dal presentare entrambi i lati del sentiment di mercato, utilizzando i movimenti dei prezzi come prova dell'incertezza.
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