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Economia e Mercatimercoledì 17 giugno 2026

Il greggio scivola sotto 80 dollari: l’intesa Iran-USA riapre Hormuz e ridisegna gli equilibri

L’accordo preliminare tra Washington e Teheran fa crollare le quotazioni ai minimi da marzo, mentre l’AIE stima un surplus di oltre 5 milioni di barili al giorno nel 2027.

La notizia che ha scosso i mercati globali in questa settimana di metà giugno 2026 è l’imminente firma di un memorandum di pace tra Stati Uniti e Iran, prevista venerdì in Svizzera. Il testo, che prevede un cessate il fuoco di sessanta giorni e la riapertura dello Stretto di Hormuz, ha innescato un vero e proprio tracollo delle quotazioni petrolifere: il Brent, riferimento internazionale, è scivolato sotto la soglia psicologica degli 80 dollari al barile per la prima volta dall’inizio di marzo, toccando i 77,75 dollari nelle contrattazioni londinesi, mentre il WTI americano è sceso sotto i 75 dollari. Dopo aver guadagnato oltre il 50% durante i quasi quattro mesi di conflitto, il greggio ora capitalizza solo un 7% di premio rispetto ai livelli pre-bellici. Le petroliere iraniane hanno già cominciato a lasciare i terminal del Golfo, un segnale concreto che il collo di bottiglia che strozzava un quinto del commercio mondiale di idrocarburi si sta allentando.

Parallelamente, il rapporto mensile dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) diffuso mercoledì ridisegna radicalmente le prospettive di medio termine. L’ente parigino ha rivisto al ribasso la domanda globale per il 2026, che ora si contrae di 1,1 milioni di barili al giorno – quasi il triplo della stima di maggio – mentre l’offerta cala di 3,9 milioni, un dato leggermente meno catastrofico del previsto. Ma è lo sguardo sul 2027 a segnare una svolta: con la piena normalizzazione dei flussi attraverso Hormuz, l’AIE prevede un balzo dell’offerta di 8 milioni di barili al giorno, a fronte di un aumento della domanda di soli 2 milioni. Ne risulterebbe un surplus colossale, superiore a 5 milioni di barili quotidiani, che trasformerebbe la carestia di greggio degli ultimi mesi in un eccesso strutturale. Le scorte strategiche governative, intanto, sono scese ai minimi dal 1990, dopo aver bruciato fino a 4,6 milioni di barili al giorno nel solo mese di maggio.

Le reazioni regionali disegnano un quadro di cauto ottimismo. A Mosca, gli analisti di banche d’investimento come BCS e Sovcombank collocano il Brent in un corridoio compreso tra 75 e 85 dollari per il terzo trimestre, con attese di ulteriore cedimento a 70 dollari entro fine anno. Sulle piazze del Golfo, il greggio omanita è crollato a 72,99 dollari, dopo aver toccato vette di 166 dollari durante le fasi più acute della guerra. Da Tokyo, gli operatori sottolineano che il mercato ha già scontato in larga misura la riapertura, ma resta un alone di incertezza sulla piena ripresa della navigazione. In America Latina, i commentatori notano come il S&P 500 abbia guadagnato oltre il 3% dai minimi recenti, mentre i rendimenti dei Treasury si sono allentati, segnalando che Wall Street ha archiviato i timori di ulteriori rialzi dei tassi. Per l’Europa e in particolare per l’Italia, grande importatore netto, il raffreddamento delle quotazioni rappresenta un sollievo immediato per i costi energetici e l’inflazione, anche se le riserve pubbliche ridotte all’osso impongono prudenza.

Resta il fatto che l’accordo è provvisorio e la sua tenuta tutt’altro che scontata. L’AIE stessa avverte che la normalizzazione dei flussi richiederà tempo e che i rischi geopolitici non sono cancellati. Se la tregua reggesse, il 2027 potrebbe inaugurare una fase di prezzi stabilmente bassi, con conseguenze profonde per i produttori e per le strategie di transizione energetica. Al contrario, un fallimento del negoziato riaccenderebbe immediatamente la miccia di un mercato che ha già consumato gran parte dei suoi ammortizzatori. In questo snodo, l’Italia e l’Unione Europea dovranno bilanciare il beneficio congiunturale con la necessità di ricostituire le scorte e accelerare la diversificazione delle fonti, in un Mediterraneo che rimane, più che mai, il baricentro instabile della sicurezza energetica globale.

Divergenza — chi la racconta come
25%Media
4 blocchi · posizioni da −0.20 a +0.50
CriticoFavorevole
LATAFRIRNSEA
Divergenza tra blocchi di stampa
Stampa latinoamericana+0.40aligned
Stampa africana subsahariana−0.20neutral
Stampa iraniana e affini0.00neutral
Stampa sud-est asiatica+0.50aligned
Stampa latinoamericana+0.40

Il crollo del greggio sotto gli 80 dollari, innescato dall'accordo USA-Iran e dalla prospettiva di riapertura dello Stretto di Hormuz, viene letto come un sollievo per i mercati. Gli investitori scommettono su un rapido ritorno dei flussi petroliferi, provocando una forte flessione dei prezzi. La notizia è accolta con pragmatismo e un certo distacco, come un evento che allenta le pressioni sui costi globali.

PragmatismoDistacco
Stampa africana subsahariana−0.20

Nonostante il greggio sia sceso sotto gli 80 dollari sulla scia dell'accordo USA-Iran, esperti del settore avvertono che il ripristino della normale navigazione nello Stretto di Hormuz richiederà tempo. Il calo immediato dei prezzi potrebbe non riflettere le sfide logistiche future. Prevale un cauto scetticismo verso un ottimismo prematuro.

ScetticismoPragmatismo
Stampa iraniana e affini0.00

I prezzi del petrolio sono scesi mentre i mercati valutano l'accordo di pace tra USA e Iran, ma l'incertezza sulla piena riapertura dello Stretto di Hormuz ha limitato ulteriori ribassi. L'Iran è atteso riprendere le esportazioni di greggio, tuttavia gli investitori restano cauti sulle tempistiche. L'intesa viene soppesata con pragmatismo e un certo scetticismo.

ScetticismoPragmatismo
Stampa sud-est asiatica+0.50

Il crollo dei prezzi globali del petrolio dopo l'accordo di pace USA-Iran ha acceso le speranze di un taglio dei prezzi interni dei carburanti. Le autorità si dicono fiduciose che il costo della benzina sovvenzionata possa essere ritoccato al ribasso, a beneficio dei consumatori. Il raffreddamento delle tensioni in Medio Oriente è celebrato come una vittoria diretta per i bilanci familiari.

PragmatismoTrionfo
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mercoledì 17 giugno 2026

Il greggio scivola sotto 80 dollari: l’intesa Iran-USA riapre Hormuz e ridisegna gli equilibri

L’accordo preliminare tra Washington e Teheran fa crollare le quotazioni ai minimi da marzo, mentre l’AIE stima un surplus di oltre 5 milioni di barili al giorno nel 2027.

La notizia che ha scosso i mercati globali in questa settimana di metà giugno 2026 è l’imminente firma di un memorandum di pace tra Stati Uniti e Iran, prevista venerdì in Svizzera. Il testo, che prevede un cessate il fuoco di sessanta giorni e la riapertura dello Stretto di Hormuz, ha innescato un vero e proprio tracollo delle quotazioni petrolifere: il Brent, riferimento internazionale, è scivolato sotto la soglia psicologica degli 80 dollari al barile per la prima volta dall’inizio di marzo, toccando i 77,75 dollari nelle contrattazioni londinesi, mentre il WTI americano è sceso sotto i 75 dollari. Dopo aver guadagnato oltre il 50% durante i quasi quattro mesi di conflitto, il greggio ora capitalizza solo un 7% di premio rispetto ai livelli pre-bellici. Le petroliere iraniane hanno già cominciato a lasciare i terminal del Golfo, un segnale concreto che il collo di bottiglia che strozzava un quinto del commercio mondiale di idrocarburi si sta allentando.

Parallelamente, il rapporto mensile dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) diffuso mercoledì ridisegna radicalmente le prospettive di medio termine. L’ente parigino ha rivisto al ribasso la domanda globale per il 2026, che ora si contrae di 1,1 milioni di barili al giorno – quasi il triplo della stima di maggio – mentre l’offerta cala di 3,9 milioni, un dato leggermente meno catastrofico del previsto. Ma è lo sguardo sul 2027 a segnare una svolta: con la piena normalizzazione dei flussi attraverso Hormuz, l’AIE prevede un balzo dell’offerta di 8 milioni di barili al giorno, a fronte di un aumento della domanda di soli 2 milioni. Ne risulterebbe un surplus colossale, superiore a 5 milioni di barili quotidiani, che trasformerebbe la carestia di greggio degli ultimi mesi in un eccesso strutturale. Le scorte strategiche governative, intanto, sono scese ai minimi dal 1990, dopo aver bruciato fino a 4,6 milioni di barili al giorno nel solo mese di maggio.

Le reazioni regionali disegnano un quadro di cauto ottimismo. A Mosca, gli analisti di banche d’investimento come BCS e Sovcombank collocano il Brent in un corridoio compreso tra 75 e 85 dollari per il terzo trimestre, con attese di ulteriore cedimento a 70 dollari entro fine anno. Sulle piazze del Golfo, il greggio omanita è crollato a 72,99 dollari, dopo aver toccato vette di 166 dollari durante le fasi più acute della guerra. Da Tokyo, gli operatori sottolineano che il mercato ha già scontato in larga misura la riapertura, ma resta un alone di incertezza sulla piena ripresa della navigazione. In America Latina, i commentatori notano come il S&P 500 abbia guadagnato oltre il 3% dai minimi recenti, mentre i rendimenti dei Treasury si sono allentati, segnalando che Wall Street ha archiviato i timori di ulteriori rialzi dei tassi. Per l’Europa e in particolare per l’Italia, grande importatore netto, il raffreddamento delle quotazioni rappresenta un sollievo immediato per i costi energetici e l’inflazione, anche se le riserve pubbliche ridotte all’osso impongono prudenza.

Resta il fatto che l’accordo è provvisorio e la sua tenuta tutt’altro che scontata. L’AIE stessa avverte che la normalizzazione dei flussi richiederà tempo e che i rischi geopolitici non sono cancellati. Se la tregua reggesse, il 2027 potrebbe inaugurare una fase di prezzi stabilmente bassi, con conseguenze profonde per i produttori e per le strategie di transizione energetica. Al contrario, un fallimento del negoziato riaccenderebbe immediatamente la miccia di un mercato che ha già consumato gran parte dei suoi ammortizzatori. In questo snodo, l’Italia e l’Unione Europea dovranno bilanciare il beneficio congiunturale con la necessità di ricostituire le scorte e accelerare la diversificazione delle fonti, in un Mediterraneo che rimane, più che mai, il baricentro instabile della sicurezza energetica globale.

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Il crollo del greggio sotto gli 80 dollari, innescato dall'accordo USA-Iran e dalla prospettiva di riapertura dello Stretto di Hormuz, viene letto come un sollievo per i mercati. Gli investitori scommettono su un rapido ritorno dei flussi petroliferi, provocando una forte flessione dei prezzi. La notizia è accolta con pragmatismo e un certo distacco, come un evento che allenta le pressioni sui costi globali.

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Nonostante il greggio sia sceso sotto gli 80 dollari sulla scia dell'accordo USA-Iran, esperti del settore avvertono che il ripristino della normale navigazione nello Stretto di Hormuz richiederà tempo. Il calo immediato dei prezzi potrebbe non riflettere le sfide logistiche future. Prevale un cauto scetticismo verso un ottimismo prematuro.

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I prezzi del petrolio sono scesi mentre i mercati valutano l'accordo di pace tra USA e Iran, ma l'incertezza sulla piena riapertura dello Stretto di Hormuz ha limitato ulteriori ribassi. L'Iran è atteso riprendere le esportazioni di greggio, tuttavia gli investitori restano cauti sulle tempistiche. L'intesa viene soppesata con pragmatismo e un certo scetticismo.

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Il crollo dei prezzi globali del petrolio dopo l'accordo di pace USA-Iran ha acceso le speranze di un taglio dei prezzi interni dei carburanti. Le autorità si dicono fiduciose che il costo della benzina sovvenzionata possa essere ritoccato al ribasso, a beneficio dei consumatori. Il raffreddamento delle tensioni in Medio Oriente è celebrato come una vittoria diretta per i bilanci familiari.

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