
Il ritorno di Putin al G20 spacca l’Occidente: l’apertura americana e il muro di Meloni
La prospettiva di rivedere Vladimir Putin al tavolo del G20, a Miami il prossimo dicembre, sta già scavando un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. L’amministrazione Trump, secondo indiscrezioni confermate da un funzionario americano, ha formalmente invitato la Russia alla riunione annuale dei leader delle maggiori economie mondiali, e Mosca avrebbe già accettato. L’apertura della Casa Bianca – che lo stesso presidente definisce «molto utile» e che si inserisce in un più ampio tentativo di normalizzare i rapporti dopo l’invasione dell’Ucraina – trova però un fronte di resistenza proprio in Europa, e in particolare a Roma.
Da Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso una critica netta, trasformando quella che poteva sembrare una semplice manovra diplomatica in un banco di prova della tenuta transatlantica. «Siamo noi a dover chiedere a Putin di fare dei passi avanti, non il contrario», ha dichiarato, aggiungendo che l’Occidente, e segnatamente gli Stati Uniti negli ultimi mesi, ha già compiuto molteplici gesti nei confronti di Mosca senza ottenere alcuna reciprocità. Parole che pesano, perché pronunciate dalla leader di una delle economie fondatrici del G7 e da un governo che ha sempre rivendicato un atlantismo solido, ma che ora segnala una distanza crescente dall’impostazione di Washington. Non è un caso che Meloni abbia sottolineato di non ricevere notizie da Trump dall’inizio della scorsa settimana: un silenzio che suona come il sintomo di un canale privilegiato che si è fatto incerto.
Dall’altra parte della Manica, o meglio della Senna, voci dissonanti arrivano da Parigi, dove Florian Philippot, leader del partito sovranista Les Patriotes, ha salutato con entusiasmo l’invito a Putin, giudicandolo «assolutamente giusto» e invocando la ripresa dei negoziati e degli scambi commerciali con la Russia, oltre all’abbandono di quella che definisce una «stupida politica bellicista». La posizione di Philippot, pur minoritaria nel panorama politico francese, testimonia come il fronte europeo non sia monolitico e come le spinte disgregatrici interne all’Unione possano trovare nella mossa di Trump un potente detonatore.
Il Cremlino, dal canto suo, mantiene un profilo volutamente ambiguo. Il portavoce Dmitrij Peskov ha aperto a qualunque scenario: Putin potrebbe recarsi personalmente in Florida, oppure declinare, o ancora inviare un altro rappresentante. Una cautela che mira a non bruciare i tempi di una trattativa ancora tutta da costruire, ma che conferma l’interesse di Mosca a riprendere posto al consesso globale da cui manca – di persona – dal 2019, prima per la pandemia e poi per la guerra che ha fatto riesplodere la frattura con l’Occidente ai livelli della Guerra Fredda.
Il nodo centrale, osservano gli analisti di Bruxelles, è proprio il principio di reciprocità. L’Europa si trova in una posizione delicata: se da un lato non può permettersi una crisi permanente con gli Stati Uniti, dall’altro non intende legittimare il ritorno di Putin senza segnali tangibili, a cominciare dal fronte ucraino. L’Italia, in questo schema, rischia di diventare l’ago della bilancia: alleata fedele di Washington ma convinta che il baricentro della sicurezza resti il continente europeo, Meloni sta provando a tracciare una linea di mediazione attiva, che non ceda sulla sostanza ma eviti rotture insanabili.
Guardando avanti, il vertice della Florida si profila come un crocevia carico di incognite. Se Trump dovesse davvero sedersi a colloquio diretto con Putin, lo farebbe probabilmente scavalcando le perplessità degli alleati storici, accelerando quel riposizionamento strategico americano che molti a Bruxelles, e anche a Roma, osservano con crescente inquietudine. Ma l’assenza di una vera iniziativa russa, magari sotto forma di tregua o ritiro parziale, potrebbe offrire a Meloni e ad altri leader europei l’occasione per compattare un fronte del “no” che renderebbe la presenza di Putin al G20 non un trionfo, bensì un isolamento sotto i riflettori. La partita è appena cominciata, e si gioca tanto a Kiev quanto nei corridoi di Miami.
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