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sabato 25 aprile 2026

Islamabad diventa crocevia di guerra e diplomazia: Iran e Usa affidano al Pakistan il dialogo indiretto

È atterrato nelle prime ore di sabato a Islamabad il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, accolto con un cerimoniale che segnala quanto la posta in gioco sia altissima: ad attenderlo c’erano il vicepremier Ishaq Dar e il capo di stato maggiore dell’esercito, il feldmaresciallo Asim Munir. Nelle stesse ore, da Washington filtravano conferme sull’imminente partenza di Steve Witkoff, inviato speciale del presidente Trump, e di Jared Kushner, figura chiave della diplomazia familiare della Casa Bianca. Islamabad torna così a essere il palcoscenico di un tentativo di tregua tra Stati Uniti e Iran, mentre il conflitto che infiamma il Medio Oriente – con la guerra strisciante tra Israele e Hezbollah nel sud del Libano e il fragile cessate il fuoco allungato per decreto presidenziale – minaccia di trasformarsi in un incendio regionale incontrollabile.

L’arrivo della delegazione iraniana, che dopo il Pakistan toccherà Mascate e Mosca, disegna l’architettura di una strategia diplomatica a cerchi concentrici. Teheran, nell’ottica dei suoi ambienti governativi, non vuole concedere la legittimazione simbolica di un faccia a faccia con gli americani, e il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha ribadito che «nessun incontro diretto è in programma». Il messaggio di Araghchi verrà trasmesso attraverso interlocutori pakistani, in una mediazione che Islamabad conduce con il doppio registro del buon vicinato islamico e della partnership strategica con Washington. È un meccanismo delicato: permette all’Iran di negoziare senza apparire arrendevole verso l’«aggressione americana» denunciata dalla sua propaganda interna, e offre agli Stati Uniti la possibilità di saggiare la reale disponibilità di Teheran a fermare le ostilità senza bruciare le tappe di un riavvicinamento che resta politicamente tossico in entrambe le capitali.

La scelta di includere Mosca nell’itinerario non è secondaria. Secondo analisti vicini al Cremlino, la Russia intende proporsi come garante di un eventuale accordo, ritagliandosi lo spazio che la Cina ha finora occupato con minore visibilità. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, questo formato triangolare (Islamabad, Mascate, Mosca) ha implicazioni immediate. Bruxelles guarda con apprensione a qualsiasi escalation che possa interrompere le rotte energetiche dal Golfo o innescare nuove ondate migratorie verso il Mediterraneo. L’Italia, con i suoi interessi nel Mediterraneo allargato e la tradizionale vocazione al dialogo, vedrebbe con favore una soluzione negoziata, ma teme che la marginalizzazione dell’Unione dai tavoli che contano riduca ulteriormente la capacità europea di influenzare gli equilibri futuri, dalla sicurezza del Libano alla questione nucleare iraniana.

Le prossime ore saranno decisive per capire se il doppio binario – contatti indiretti a Islamabad, consultazioni russe e omanite – possa produrre un meccanismo di cessate il fuoco stabile. Il precedente round dell’11 aprile aveva lasciato sul tavolo proposte americane giudicate da Teheran «eccessive», ma la disponibilità iraniana a scrivere una risposta formale e a portarla in valigia fino in Pakistan è un segnale che non va sottovalutato. La presenza di emissari statunitensi di primissimo piano, peraltro, indica che la Casa Bianca considera la finestra negoziale sufficientemente concreta da meritare un investimento politico personale del presidente. La scommessa è che la paura di una guerra aperta, con il suo carico di imprevedibilità e di costi umani, possa spingere entrambi i contendenti a scegliere la via stretta della diplomazia senza clamori. Islamabad, in questo disegno, non è soltanto un luogo neutrale: è il laboratorio di un possibile ordine regionale in cui la potenza militare cede il passo, almeno per un istante, alla fatica del compromesso.

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Islamabad diventa crocevia di guerra e diplomazia: Iran e Usa affidano al Pakistan il dialogo indiretto

È atterrato nelle prime ore di sabato a Islamabad il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, accolto con un cerimoniale che segnala quanto la posta in gioco sia altissima: ad attenderlo c’erano il vicepremier Ishaq Dar e il capo di stato maggiore dell’esercito, il feldmaresciallo Asim Munir. Nelle stesse ore, da Washington filtravano conferme sull’imminente partenza di Steve Witkoff, inviato speciale del presidente Trump, e di Jared Kushner, figura chiave della diplomazia familiare della Casa Bianca. Islamabad torna così a essere il palcoscenico di un tentativo di tregua tra Stati Uniti e Iran, mentre il conflitto che infiamma il Medio Oriente – con la guerra strisciante tra Israele e Hezbollah nel sud del Libano e il fragile cessate il fuoco allungato per decreto presidenziale – minaccia di trasformarsi in un incendio regionale incontrollabile.

L’arrivo della delegazione iraniana, che dopo il Pakistan toccherà Mascate e Mosca, disegna l’architettura di una strategia diplomatica a cerchi concentrici. Teheran, nell’ottica dei suoi ambienti governativi, non vuole concedere la legittimazione simbolica di un faccia a faccia con gli americani, e il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha ribadito che «nessun incontro diretto è in programma». Il messaggio di Araghchi verrà trasmesso attraverso interlocutori pakistani, in una mediazione che Islamabad conduce con il doppio registro del buon vicinato islamico e della partnership strategica con Washington. È un meccanismo delicato: permette all’Iran di negoziare senza apparire arrendevole verso l’«aggressione americana» denunciata dalla sua propaganda interna, e offre agli Stati Uniti la possibilità di saggiare la reale disponibilità di Teheran a fermare le ostilità senza bruciare le tappe di un riavvicinamento che resta politicamente tossico in entrambe le capitali.

La scelta di includere Mosca nell’itinerario non è secondaria. Secondo analisti vicini al Cremlino, la Russia intende proporsi come garante di un eventuale accordo, ritagliandosi lo spazio che la Cina ha finora occupato con minore visibilità. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, questo formato triangolare (Islamabad, Mascate, Mosca) ha implicazioni immediate. Bruxelles guarda con apprensione a qualsiasi escalation che possa interrompere le rotte energetiche dal Golfo o innescare nuove ondate migratorie verso il Mediterraneo. L’Italia, con i suoi interessi nel Mediterraneo allargato e la tradizionale vocazione al dialogo, vedrebbe con favore una soluzione negoziata, ma teme che la marginalizzazione dell’Unione dai tavoli che contano riduca ulteriormente la capacità europea di influenzare gli equilibri futuri, dalla sicurezza del Libano alla questione nucleare iraniana.

Le prossime ore saranno decisive per capire se il doppio binario – contatti indiretti a Islamabad, consultazioni russe e omanite – possa produrre un meccanismo di cessate il fuoco stabile. Il precedente round dell’11 aprile aveva lasciato sul tavolo proposte americane giudicate da Teheran «eccessive», ma la disponibilità iraniana a scrivere una risposta formale e a portarla in valigia fino in Pakistan è un segnale che non va sottovalutato. La presenza di emissari statunitensi di primissimo piano, peraltro, indica che la Casa Bianca considera la finestra negoziale sufficientemente concreta da meritare un investimento politico personale del presidente. La scommessa è che la paura di una guerra aperta, con il suo carico di imprevedibilità e di costi umani, possa spingere entrambi i contendenti a scegliere la via stretta della diplomazia senza clamori. Islamabad, in questo disegno, non è soltanto un luogo neutrale: è il laboratorio di un possibile ordine regionale in cui la potenza militare cede il passo, almeno per un istante, alla fatica del compromesso.

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