
Kashmir, un anno dopo la strage di Pahalgam: tra memoria, sicurezza e la fragile rinascita del turismo
A Pahalgam, nella valle del Kashmir, un muro di granito nero con i nomi delle ventisei vittime dell'attacco terroristico del 22 aprile 2025 si staglia ora a duecento metri dal colorato cartello "I love Pahalgam", un tempo meta di selfie gioiosi. Questo memoriale, come raccontano i visitatori, incarna la tensione tra il passato idilliaco e un presente segnato dal trauma, simbolo di una località turistica che fatica a riconciliarsi con la propria immagine. L'attacco al prato di Baisaran, il più sanguinoso contro turisti in un decennio, ha frantumato la calma della regione, trasformando un luogo di evasione in un emblema della vulnerabilità.
In risposta, le forze di sicurezza indiane hanno avviato una riorganizzazione profonda, spostando la lotta al terrorismo nelle giungle e negli altipiani fino a settemila piedi di quota. Secondo gli analisti di New Delhi, questo riorientamento verso una guerra asimmetrica in ambienti impervi riflette una strategia volta a prevenire il ripetersi di simili stragi, con basi operative temporanee e addestramento specializzato. La Valle del Kashmir e la regione di Jammu hanno visto così rafforzare il proprio dispositivo di sicurezza, in un tentativo di rassicurare sia la popolazione locale che i potenziali visitatori.
Proprio il turismo, settore vitale per l'economia kashmira, mostra timidi segni di ripresa: su quarantotto siti chiusi dopo l'attacco, trentanove sono stati riaperti sotto stretta sorveglianza, dai giardini di tulipani alle rive del Lidder. Tuttavia, come osservato da Bruxelles in analoghe situazioni post-attentato in Europa, la fiducia dei viaggiatori si ricostruisce con lentezza, e gli hotel a mezza occupazione raccontano di una stagione ancora in ombra. Per l'Italia, meta di flussi turistici sensibili a shock geopolitici, la vicenda ricorda come la sicurezza delle destinazioni esotiche sia divenuta un fattore cruciale nelle scelte dei vacanzieri.
Sul piano politico, il primo ministro Narendra Modi ha commemorato le vittime ribadendo che "l'India non si piegherà mai al terrore", un messaggio di unità nazionale e di fermezza ripreso dall'esercito con l'avvertimento che "la giustizia sarà servita". Questa retorica di resistenza, analizzata dagli esperti di sicurezza internazionale, si inserisce in un contesto regionale teso, dove New Delhi accusa apertamente il Pakistan di fomentare il terrorismo transfrontaliero. L'operazione Sindoor, lanciata quindici giorni dopo la strage, è stata letta come una dimostrazione di forza contro presunti mandanti oltre confine.
Guardando al futuro, la prospettiva di una riconciliazione stabile appare incerta. Se da un lato la ripresa turistica e il dispiegamento di sicurezza possono arginare nel breve termine le minacce, dall'altro l'ottica di Pechino e di altre capitali asiatiche sottolinea come le radici del conflitto in Kashmir restino irrisolte, con il rischio di nuovi episodi violenti. Per l'Europa, che segue con attenzione l'evoluzione della situazione, la lezione di Pahalgam conferma la necessità di una cooperazione antiterroristica globale, ma anche la fragilità di economie dipendenti dal turismo in aree instabili. La sfida per il Kashmir sarà bilanciare memoria e rinascita, senza illudersi che le ferite possano rimarginarsi in fretta.
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