
Khamenei lancia una sfida dagli abissi del Golfo: l’Iran non cederà sull’atomica
L’unico posto per gli Stati Uniti nel Golfo Persico è «sul fondo delle sue acque». Con questa immagine apocalittica, il nuovo leader supremo iraniano, ayatollah Mojtaba Khamenei, ha segnato la sua terza apparizione pubblica – se così si può chiamare una dichiarazione letta da un presentatore della tv di Stato – dal tragico febbraio in cui un raid statunitense-israeliano uccise il padre Ali e ferì gravemente lui stesso. Ancora degente e invisibile ai suoi connazionali, Mojtaba ha scelto la giornata nazionale del Golfo Persico per lanciare un messaggio che è insieme un avvertimento all’amministrazione Trump e un appello ai vicini arabi: l’Iran intende scrivere un «nuovo capitolo» nella gestione dello Stretto di Hormuz, via d’acqua vitale per un quinto del petrolio mondiale, e non tratterà mai le sue capacità missilistiche e nucleari, considerate «beni nazionali» non negoziabili.
Secondo gli analisti di Bruxelles, la durezza retorica della guida suprema va letta in controluce: un tentativo di rinsaldare un fronte interno scosso dalla guerra lampo e di dissuadere Riad e Abu Dhabi dall’allinearsi troppo con Washington. Dalla prospettiva di Pechino, invece, le parole di Khamenei suonano come una conferma che l’Iran intende restare un attore autonomo, capace di mettere in discussione la sicurezza energetica mondiale pur di difendere la propria sovranità. Per l’Europa, che ancora importa una quota significativa di greggio dal Medio Oriente e che segue con ansia il fragile cessate il fuoco in corso, la chiusura di Teheran a ogni compromesso sul nucleare rappresenta un nodo politico ed economico di prima grandezza.
Aggiungendo che il nuovo leader ha esplicitamente evocato la «gestione condivisa» di Hormuz con gli Stati del Golfo, appare chiaro che l’Iran prova a corteggiare i vicini mentre sferza l’«alieno» americano. Una partita a scacchi in cui l’Italia, tradizionalmente legata a Teheran da rapporti commerciali e alla regione da una presenza diplomatica complessa, rischia di restare schiacciata tra le esigenze di sicurezza atlantica e la tentazione di un dialogo pragmatico con la Repubblica islamica. Il futuro prossimo dirà se la minaccia del «fondo delle acque» resterà un’iperbole o se rappresenterà l’avvisaglia di una nuova stagione di tensione nello scacchiere più caldo del pianeta.
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