
L'addio degli Emirati all'Opec non scatenerà una guerra del petrolio, assicura Mosca
La decisione degli Emirati Arabi Uniti di lasciare l’Opec e l’Opec+ a partire dal maggio 2026 ha sollevato inevitabili interrogativi sulla tenuta del cartello petrolifero in un momento di crisi energetica globale. Tuttavia, da Mosca arriva una netta smentita: non vi sarà alcuna guerra dei prezzi, perché il mercato è già alle prese con un deficit strutturale di offerta. Lo ha dichiarato il vicepremier russo Alexander Novak, intervenendo al Forum degli investimenti del Caucaso, sottolineando che il profondo squilibrio tra domanda e offerta – aggravato dalle tensioni in Medio Oriente e dalle difficoltà logistiche – rende impraticabile qualsiasi strategia di dumping. Secondo Novak, l’Opec+ continuerà a operare come piattaforma di coordinamento, e la Russia non ha alcuna intenzione di abbandonare l’accordo, che considera un efficace strumento di stabilizzazione dei mercati durante le crisi.
La posizione russa, ribadita anche dal portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, arriva dopo che l’agenzia emiratina Wam ha giustificato l’uscita con ragioni di interesse nazionale e con una rivalutazione delle capacità produttive presenti e future. Da notare che Mosca non è stata preventivamente informata da Abu Dhabi, e che il tema non è stato toccato neppure nel colloquio tra Vladimir Putin e Donald Trump, come ha precisato lo stesso Peskov. L’ottica di Bruxelles registra con preoccupazione la frattura nel fronte dei produttori: se da un lato l’uscita emiratina appare per ora simbolica – l’effettivo distacco è previsto tra oltre un anno – dall’altro rivela le crescenti tensioni interne al Golfo, dove l’Iran resta un fattore di instabilità. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, dipendente dalle importazioni energetiche, la resilienza dell’Opec+ è cruciale per evitare nuovi picchi di volatilità dei prezzi.
Nel frattempo, la prospettiva di Pechino si concentra sulla sicurezza degli approvvigionamenti: la Cina, primo importatore mondiale di greggio, osserva con attenzione le mosse di Abu Dhabi, da cui acquista volumi crescenti. Gli analisti asiatici ritengono che l’uscita degli Emirati possa accelerare una diversificazione delle alleanze petrolifere, con possibili accordi bilaterali che aggirino il cartello. Tuttavia, la cautela di Mosca e la conferma della propria fedeltà all’Opec+ suggeriscono che, almeno nel breve termine, l’architettura della cooperazione resterà in piedi, sostenuta dalla comune esigenza di evitare una discesa dei prezzi che danneggerebbe tutti i produttori. Resta da vedere se l’addio degli Emirati sia un segnale di crisi o l’inizio di una nuova fase di frammentazione del mercato petrolifero.
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