
L’ambasciata Usa a Baghdad intima ai cittadini americani: «Lasciate subito l’Iraq»
Rischio missili e droni dopo gli oltre seicento attacchi subiti. Washington chiede a Baghdad di recidere ogni legame con le milizie filo-iraniane.
L’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad ha alzato al massimo il livello di allerta, invitando i propri cittadini a non recarsi in Iraq e, per chi già vi si trovasse, ad abbandonare immediatamente il paese. La nota, diffusa il 5 maggio, riconosce che lo spazio aereo iracheno è stato parzialmente riaperto al traffico commerciale, ma sottolinea come permangano «gravissimi rischi» legati a missili, droni e razzi. È il culmine di una lunga escalation: secondo un alto funzionario del Dipartimento di Stato, durante l’ultimo conflitto con l’Iran sono stati registrati oltre seicento attacchi contro installazioni statunitensi in territorio iracheno, un dato che restituisce la dimensione di una minaccia sistematica e organizzata.
La richiesta americana è tanto secca quanto politica. Al governo di Baghdad, Washington chiede atti concreti per distinguere lo Stato dalle milizie: estromissione dei gruppi armati da ogni istituzione pubblica, taglio dei fondi di bilancio a loro destinati e blocco degli stipendi dei combattenti. «Cerchiamo fatti, non parole», ha dichiarato la stessa fonte, lasciando intendere che la pazienza degli Stati Uniti è ormai esaurita. Dalla prospettiva di Tehran, invece, la decisione americana appare come una mossa di pressione ulteriore, destinata a minare quella sovranità irachena che l’Iran ha sempre cercato di condizionare attraverso una rete di alleanze con le fazioni sciite più radicali.
L’Europa osserva con crescente inquietudine. Bruxelles segue il deterioramento della sicurezza in Iraq con la consapevolezza che qualsiasi rottura degli equilibri regionali si rifletterebbe sulla stabilità del Golfo e, di riflesso, sui flussi energetici da cui l’Italia e altri paesi europei dipendono. Roma, che mantiene un contingente militare nella coalizione anti-Isis e una presenza diplomatica consolidata, valuta con attenzione le implicazioni dell’allerta: non si esclude un adeguamento delle misure di sicurezza per il personale italiano.
Le prossime settimane saranno decisive. Se Baghdad non dovesse adottare i provvedimenti richiesti da Washington, il rischio è di vedere un’ulteriore escalation – forse il ritiro del personale diplomatico non essenziale o la sospensione della cooperazione bilaterale. Ma la partita è anche interna all’Iraq: il primo ministro Mohammed Shia al-Sudani si muove tra la necessità di non rompere con l’alleato americano e quella di non alienarsi le frange più radicali del suo stesso schieramento. L’equilibrio è fragile, e l’ombra di una nuova guerra per procura si allunga sul Medio Oriente.
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