
L’ansia di Israele per i negoziati Usa-Iran: colloqui quotidiani con Trump e allarme per possibili concessioni
Netanyahu segue in tempo reale i negoziati tra Washington e Teheran, temendo concessioni dell’ultima ora. La posta in gioco riguarda sanzioni, missili e proxy iraniani.
Benjamin Netanyahu ha intensificato i contatti con l’amministrazione Trump, in particolare con i vertici della Casa Bianca, per ottenere un quadro preciso dei negoziati in corso tra Stati Uniti e Iran. Secondo fonti israeliane, il premier ha chiesto di essere aggiornato quotidianamente e ha impartito alle Forze di difesa israeliane l’ordine di prepararsi a ogni scenario, incluso un ritorno alle ostilità. La mossa rivela il crescente nervosismo di Gerusalemme di fronte all’ipotesi che Washington, pur di raggiungere un accordo per porre fine al conflitto diretto con Teheran, possa cedere su punti cruciali nelle fasi conclusive del negoziato.
Il timore principale, nell’ottica di Tel Aviv, riguarda la possibilità che gli Stati Uniti accettino di rimuovere le sanzioni economiche senza imporre limiti stringenti al programma missilistico iraniano e alla rete di proxy che Teheran utilizza per proiettare la propria influenza in tutto il Medio Oriente. Israele chiede invece che qualsiasi intesa preservi la libertà d’azione del suo esercito contro le minacce regionali e blocchi le vie di finanziamento agli alleati di Teheran, da Hezbollah in Libano alle milizie in Siria e Iraq. La richiesta è stata ribadita nei colloqui tra il premier israeliano e i funzionari della squadra di Donald Trump, i quali, a loro volta, hanno assicurato che il presidente insiste su alcune «linee rosse», prima fra tutte l’allontanamento fisico del materiale nucleare dall’Iran.
Da Bruxelles e dalle capitali europee, la vicenda è seguita con attenzione mista a preoccupazione. La prospettiva di un accordo tra Stati Uniti e Iran, infatti, potrebbe riequilibrare gli assetti energetici e ridurre le tensioni in una regione da cui l’Europa dipende per gli approvvigionamenti di greggio, ma rischia anche di innescare una nuova ondata migratoria qualora il restringimento dei canali finanziari iraniani inasprisse la crisi in Libano e Siria. L’Italia, in particolare, guarda con apprensione alla possibilità che il Mar Mediterraneo orientale diventi teatro di scontri tra Israele e proxy iraniani, scenario che metterebbe a repentaglio la stabilità delle rotte energetiche e la sicurezza dei contingenti militari italiani dispiegati in Libano e Iraq.
Resta da capire se le pressioni israeliane riusciranno a modificare la strategia americana. Secondo analisti di Washington, l’amministrazione Trump valuta il costo di non chiudere un accordo, specialmente in vista del voto di midterm, mentre Israele continua a ricordare che un’intesa troppo morbida rischierebbe di legittimare l’Iran come potenza nucleare di soglia. Nei prossimi giorni, il confronto tra Netanyahu e l’inviato americano per l’Iran potrebbe fornire indicazioni decisive sull’esito di una partita che tiene col fiato sospeso non solo il Medio Oriente, ma l’intero sistema di alleanze occidentale.
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