
L’antisemitismo nella diaspora tocca il record nel 2025: per il rapporto J7 pesano l’antisionismo e le azioni israeliane
Oltre 23.000 episodi in sette Paesi, il massimo in trent’anni; l’ex premier Olmert collega l’ondata all’insofferenza globale per le violenze dei coloni e la retorica del governo di Gerusalemme.
Secondo il rapporto diffuso il 29 luglio dal gruppo di lavoro J7 – che riunisce le maggiori comunità ebraiche di Argentina, Australia, Canada, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti – nel 2025 si è consumato il numero più alto di incidenti antisemiti mai registrato fuori da Israele. I casi denunciati hanno superato quota 23.000, con un balzo del 136% rispetto ai 9.800 del 2022. Almeno venti persone sono state assassinate in attacchi mirati in Australia, Regno Unito e Stati Uniti, tra cui la strage con 16 morti durante una festa di Hanukkah vicino a Bondi Beach. Il J7 definisce il 2025 «l’anno più letale per l’antisemitismo nella diaspora dal 1994», riferendosi all’attentato di Buenos Aires che uccise 85 persone.
L’antisionismo viene indicato dal rapporto come il principale motore dell’ondata: nel Regno Unito è all’origine del 48% degli episodi, negli Stati Uniti del 45%. Le curve degli incidenti mostrano un’impennata costante dopo la guerra di Gaza innescata dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. In una lunga intervista al quotidiano Maariv, l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert ha offerto una chiave di lettura più diretta: «Il mondo non può più tollerare gli attacchi brutali dei coloni ebrei contro i palestinesi in Cisgiordania, né le dichiarazioni ostili, razziste e arroganti che ministri e deputati israeliani rivolgono contro i palestinesi». La denuncia di Olmert si inserisce in un contesto documentato in quei giorni anche dalle Nazioni Unite: l’Ufficio per i diritti umani ha denunciato attacchi congiunti di coloni e forze di sicurezza contro villaggi palestinesi, distruzione di proprietà, incendi di moschee e otto palestinesi uccisi in una sola settimana di luglio.
Sul piano geografico, la Germania guida la classifica con 8.725 casi nel 2025 (quasi 70 ogni 1.000 ebrei), un volume quasi cinque volte superiore a quello australiano. L’estrema destra tedesca è ritenuta responsabile di 807 di questi episodi, in crescita dai 562 del 2024. Eppure il J7 avverte che la violenza antisemita «non è più un’impennata, ma una nuova normalità», e chiede ai governi di smettere di reagire soltanto dopo gli attacchi, stanziando fondi adeguati per la sicurezza, inasprendo le leggi e obbligando le piattaforme social a far rispettare le proprie regole.
La pressione sull’immagine di Israele è aggravata da rapporti come quello della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente dell’ONU, che a giugno ha concluso che Israele ha «distrutto l’essenza dell’infanzia» palestinese con una campagna sistematica di violenze, configurando atti di genocidio. Mentre da Nablus il governatorato chiede alla comunità internazionale di intervenire per fermare l’occupazione e gli espropri, il quadro tracciato dal J7 mostra come il conto di questa dinamica venga pagato, in misura crescente, anche dalle comunità ebraiche della diaspora.
| Stampa iraniana e affini | −0.90 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.70 | critical |
| Stampa israeliana | 0.00 | neutral |
| Stampa sud-est asiatica | −0.20 | neutral |
L'Iran e i suoi alleati denunciano che l'antisemitismo è una reazione alle brutalità israeliane.
Attribuzione di causalità inversa: l'antisemitismo non è un problema autonomo ma una conseguenza delle azioni di Israele.
Omette i dati del rapporto J7 che mostrano un aumento dell'antisemitismo in Germania e altri paesi, non correlati a Israele.
La regione esige che la comunità internazionale imponga a Israele di fermare la violenza dei coloni.
Enfatizza la sofferenza palestinese e i pericoli di una escalation, utilizzando il parallelo con Gaza per sollecitare azione immediata.
Non menziona il rapporto J7 sull'antisemitismo né l'aumento degli attacchi antisemiti al di fuori del conflitto israelo-palestinese.
Israele chiede conto al proprio governo delle decisioni prese durante la guerra.
Sposta l'attenzione dall'antisemitismo esterno alla responsabilità interna, evitando di collegare gli eventi globali alla politica israeliana.
Non menziona affatto il rapporto J7 o Olmert, né la connessione tra antisemitismo e West Bank.
La regione prende atto dell'aumento dell'antisemitismo ma anche delle critiche a Israele.
Alterna un approccio fattuale a uno critico, senza armonizzare i due aspetti, creando una tensione implicita.
Non approfondisce la dichiarazione di Olmert riportata dalla stampa iraniana, né offre una sintesi delle cause.
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