
L'archeologo, le spie e la diplomazia segreta: il caso Butyagin e i nuovi equilibri
Lo scambio di prigionieri consumatosi il 28 aprile sul confine tra Polonia e Bielorussia non è una semplice transazione tra capitali ostili: è il frammento di una diplomazia silenziosa che, mentre la guerra in Ucraina divora ogni spazio di dialogo ufficiale, continua a tessere canali paralleli. Al centro della scena è tornato Aleksandr Butyagin, archeologo dell'Ermitage e responsabile del settore antichità del Mar Nero settentrionale, arrestato a Varsavia lo scorso dicembre su mandato ucraino. Kiev lo accusa di aver condotto scavi illegali in Crimea dopo l'annessione, con un danno stimato di oltre quattro milioni di dollari al patrimonio culturale.
La Polonia, dopo averne deciso l'estradizione, lo ha invece ceduto a Minsk in un'operazione concertata che ha restituito alla Russia anche una cittadina, moglie di un militare distaccato in Transnistria, e ha permesso alla Moldova di riaccogliere due propri connazionali, descritti da Chișinău come persone da reintegrare con piena assistenza medica e istituzionale. Il formato «cinque contro cinque», realizzato al valico di Terespol-Belovezh, ha coinvolto anche cittadini bielorussi e di altri Paesi della CSI, restituiti alle rispettive famiglie dopo un periodo di detenzione.
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