
Tra Berlino e Teheran: l’Iran si spacca mentre l’occidente prova a mediare
L’aggressione subita da Reza Pahlavi a Berlino, dove un individuo mascherato da giornalista gli ha lanciato addosso un liquido rosso, ha scosso la diaspora iraniana e riacceso il dibattito sulla sicurezza delle figure simbolo dell’opposizione. La polizia tedesca ha fermato il sospettato, ma la reazione sui social è stata immediata: molti sostenitori del principe ereditario hanno accusato il suo team di protezione di negligenza, chiedendosi cosa sarebbe accaduto se al posto dell’acqua di pomodoro ci fosse stato acido o un’arma. L’episodio si è consumato poche ore prima che lo stesso Pahlavi tenesse una conferenza stampa in cui ha criticato duramente l’atteggiamento delle cancellerie europee e il negoziato in corso tra Washington e Teheran.
Ha chiesto ai governi occidentali di smettere di assistere inerti alla repressione in corso e di sostenere il popolo iraniano nella transizione democratica. Il suo appello cade in un momento di massima tensione tra Stati Uniti e Repubblica islamica. Donald Trump ha minacciato di distruggere in un giorno qualsiasi nuovo arsenale iraniano e, nel frattempo, secondo fonti dell’intelligence americana, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione ha ripreso a minare lo Stretto di Hormuz.
Una mossa che, nell’ottica di Washington, colpirebbe innanzitutto gli interessi energetici di Asia ed Europa. Sul fronte diplomatico, emergono fratture profonde all’interno dello stesso regime. Secondo informazioni raccolte da Iran International, il viaggio di una delegazione negoziale verso Islamabad è stato bloccato da un veto proveniente dall’ufficio di Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema, che ha imposto di non trattare il nucleare e ha rimproverato il ministro degli Esteri Araghchi per aver disatteso precedenti direttive.
Lo stesso Araghchi avrebbe risposto che senza un mandato chiaro di Khamenei il negoziato è condannato. A complicare ulteriormente il quadro, Trump ha annunciato una proroga di tre settimane per la tregua tra Israele e Hezbollah, mentre il Pentagono, secondo il Washington Post, ha sfruttato la pausa per riorganizzare le proprie forze nel Mediterraneo. Per l’Italia e l’Europa, che dipendono dal gas del Golfo e temono una nuova ondata migratoria, il rischio di un’escalation regionale è concreto.
Il vero nodo, come osserva la diplomazia europea, è capire se il regime di Teheran sia ancora in grado di parlare con una voce sola o se le sue divisioni interne, esacerbate dalla successione in vista, finiranno per rendere qualsiasi accordo un fragile castello di carte.
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