
L’Australia sfida Trump e le Big Tech: una tassa per salvare il giornalismo
L’Australia ha deciso di giocare un azzardo regolatorio che potrebbe ridefinire gli equilibri tra potere pubblico, grandi piattaforme digitali e informazione. Il governo di Anthony Albanese ha presentato una bozza di legge destinata a imporre un prelievo del 2,25 per cento sui ricavi generati in Australia da colossi come Meta, Google e TikTok, a meno che questi non stringano accordi volontari con gli editori per remunerare i contenuti giornalistici. L’iniziativa, che dovrebbe arrivare in parlamento entro il 2 luglio, è presentata come un meccanismo per restituire valore a un settore dissanguato dalla fuga dei lettori e dalla redistribuzione asimmetrica della pubblicità: la premessa è che senza notizie verificate le piattaforme sarebbero molto meno trafficate, e quindi è giusto che contribuiscano a finanziarle. Non è una novità assoluta – Canberra aveva già sperimentato con il News Media Bargaining Code del 2021 – ma questa volta la posta in gioco è più alta, perché arriva in coincidenza con una svolta protezionistica americana.
Da Washington, infatti, la reazione è stata immediata e durissima. L’amministrazione Trump, attraverso un portavoce, ha definito la mossa australiana una forma di “estorsione straniera” e ha minacciato contromisure commerciali. La lobby tecnologica americana ha già invitato la Casa Bianca a considerare ritorsioni, facendo leva su una visione che considera qualsiasi tassa sulle imprese digitali statunitensi un atto ostile. L’ottica di Pechino, in questo frangente, osserva con interesse: la Cina, che controlla TikTok attraverso ByteDance, potrebbe trovarsi a dover scegliere tra adeguarsi al modello australiano o subire un danno reputazionale se rifiutasse di pagare. Nel frattempo, gli analisti di Bruxelles seguono la vicenda con attenzione, perché il meccanismo australiano – un obbligo di contrattazione con clausola di salvaguardia fiscale – è molto diverso dalla tassa sui servizi digitali approvata in Europa, ma ne condivide l’obiettivo di redistribuire la ricchezza generata dai dati. Per l’Italia, dove il dibattito sull’equo compenso per gli editori è ancora aperto e dove il Fondo per il pluralismo stenta a decollare, il modello australiano rappresenta un banco di prova: se funzionasse, potrebbe diventare un riferimento per una riforma organica del rapporto tra piattaforme e informazione.
Ma le incognite sono notevoli. Le Big Tech hanno già criticato la proposta definendola una “tassa sui servizi digitali” mal concepita, incapace di tenere conto dell’evoluzione del mercato pubblicitario e della frammentazione delle audience. Il vero punto interrogativo è la tenuta politica dell’iniziativa: il Partito Laburista può contare sull’appoggio della Coalizione liberale-nazionale e dei Verdi, ma l’ombra del contendente commerciale con gli Stati Uniti potrebbe raffreddare gli entusiasmi. Se la legge passasse, l’Australia diventerebbe il primo paese a imporre un prelievo diretto sulle piattaforme per finanziare il giornalismo in modo strutturale, sfidando apertamente la narrativa del “free flow of information” cara a Silicon Valley. Per l’Europa, che ha già varato il Digital Services Act ma fatica a tradurlo in un meccanismo di compensazione per gli editori, la scelta di Canberra potrebbe offrire una leva negoziale o, al contrario, innescare una guerra commerciale che finirebbe per travolgere anche il Vecchio Continente. Il futuro dell’informazione si gioca su questa sottile linea di confine tra sovranità digitale e interdipendenza economica.
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