
Gli Stati Uniti crescono al 2% nel primo trimestre, ma l'ombra dell'Iran incombe
L'economia americana ha aperto il 2026 con un rimbalzo superiore alle attese deluse degli ultimi mesi del 2025, ma il dato diffuso giovedì dal Bureau of Economic Analysis racconta una realtà già scavalcata dagli eventi. Il prodotto interno lordo è cresciuto a un tasso annualizzato del 2% tra gennaio e marzo, dopo l'anemico 0,5% del trimestre precedente segnato dallo shutdown federale durato quarantatré giorni. Tuttavia gli analisti di Wall Street avevano pronosticato un +2,2%: il divario tradisce le crepe che la guerra con l'Iran, iniziata il 28 febbraio, sta aprendo nel tessuto produttivo. Il conflitto non ha ancora intaccato i conti del primo trimestre – le schermaglie sono scoppiate a ridosso della sua chiusura – ma l'impennata dei prezzi energetici a marzo, con l'inflazione salita al 3,5% su base annua, ne è già la prima avvisaglia.
Il motore della ripresa è stato duplice. Da un lato la spesa pubblica è tornata a trainare, crescendo a un ritmo annualizzato del 4,4% dopo i tagli imposti dallo stop governativo. Dall'altro, come sottolineano gli osservatori di Bruxelles, gli investimenti legati all'intelligenza artificiale – data center, software, apparecchiature informatiche – hanno alimentato un boom che ha compensato la frenata dei consumi, tradizionale carburante dell'economia a stelle e strisce. proprio la spesa delle famiglie, erosa dall'aumento dei prezzi alla pompa e dall'incertezza geopolitica, ha registrato un rallentamento significativo: un segnale che la fiducia comincia a vacillare.
L'ottica di Pechino segue con attenzione la dinamica, perché uno shock petrolifero prolungato rischia di contagiare le catene globali del valore. Per l'Europa e l'Italia, già alle prese con una crescita anemica e con il costo dell'energia divenuto strutturale dopo la crisi ucraina, l'eventualità di una recessione americana nel secondo trimestre – paventata da diversi economisti – si tradurrebbe in un ulteriore raffreddamento delle esportazioni e in una pressione sui listini energetici. La Casa Bianca, dal canto suo, punta a incassare il dato positivo come una prova di resilienza, ma il margine di manovra è sottile: la Federal Reserve, di fronte a un'inflazione che accelera, non può allentare la politica monetaria, mentre il conflitto in Medio Oriente non mostra segni di de-escalation.
La domanda che gli analisti si pongono, da Washington a Francoforte, è se il rimbalzo del primo trimestre sia stato un fuoco di paglia o l'anticipo di una tenuta più solida. Le proiezioni più prudenti indicano che l'impatto della guerra si manifesterà pienamente da aprile in poi: il prezzo della benzina ha già superato i quattro dollari al gallone, e la fiducia delle imprese si sta incrinando. Per l'Italia, che guarda con apprensione alla volatilità dei mercati energetici e alla tenuta del debito sovrano, la posta in gioco è doppia: un rallentamento americano significa minori ordinativi per il made in Italy e un euro probabilmente più debole, che da un lato favorisce le esportazioni ma dall'altro rincara le importazioni di gas e petrolio. Il 2026 si annuncia come un anno di equilibristi.
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