
L’eredità della guerra in Iran: l’America perde credibilità, l’Europa si interroga
Il ritiro di truppe Usa dalla Germania e la gestione del conflitto con Teheran incrinano la fiducia degli alleati. Pechino osserva, ma non si illude.
La decisione di Donald Trump di ridurre di cinquemila unità la presenza militare americana in Germania non è solo l’ennesima scaramuccia con Berlino, innescata dalle critiche del cancelliere Friedrich Merz alla gestione della guerra contro l’Iran. Secondo gli analisti di Bruxelles, quel gesto – unito alla minimalizzazione degli attacchi della Repubblica Islamica contro gli Emirati Arabi Uniti, uno dei pilatri del Golfo – sta producendo un effetto più profondo e duraturo: l’erosione sistematica della fiducia nelle garanzie di Washington. Mentre Stati Uniti e Iran si muovono con cautela verso una possibile via d’uscita da un conflitto di dieci settimane, il linguaggio e i comportamenti della Casa Bianca riaccendono nei partner storici, dall’Europa al Medio Oriente fino all’Indo-Pacifico, il dubbio che l’America non sia più un alleato affidabile nelle crisi future.
La reazione non si è fatta attendere. Dal punto di vista europeo, il ridimensionamento della presenza in Germania viene letto come un segnale di disimpegno strategico, che rischia di indebolire il fianco orientale della Nato in un momento in cui la minaccia russa resta concreta. Ma sono i paesi del Golfo, abituati a contare sull’ombrello americano, a mostrare la maggiore inquietudine: il fatto che Trump abbia definito «di poco conto» gli attacchi missilistici iraniani contro Abu Dhabi, dopo averli a lungo denunciati, ha mandato un messaggio ambiguo. Secondo la prospettiva di Riad e Abu Dhabi, la disponibilità degli Stati Uniti a proteggere i propri alleati sembra oggi condizionata da calcoli politici interni, non da una dottrina stabile.
Nel frattempo, Pechino segue la dinamica con attenzione. L’attrito transatlantico crea un’apertura analitica che il ministero degli Esteri cinese ha cercato di sfruttare per tutto il 2026, proponendo all’Europa una cornice basata su «partner, non rivali». Tuttavia, secondo gli osservatori di Pechino, la finestra strategica è più stretta di quanto le apparenze suggeriscano. Il recente rapporto sulla difesa statunitense continua a identificare la Cina come la sfida prioritaria, e le élite europee, pur irritate da Trump, restano ancorate all’alleanza atlantica per ragioni di sicurezza e di valori. La tentazione di un riposizionamento brusco sarebbe un errore: l’Europa non è pronta a voltare pagina, e Pechino lo sa.
Per l’Italia, che ospita basi americane e mantiene un delicato equilibrio tra relazioni atlantiche e aperture verso il Mediterraneo allargato, la situazione è particolarmente complessa. La credibilità di Washington è una risorsa che Roma non può permettersi di veder dissolta, ma neppure può restare passiva di fronte a un disimpegno che appare sempre più selettivo e imprevedibile. La lezione che emerge da questa crisi è chiara: la guerra in Iran sta lasciando un’eredità che va oltre i confini del teatro mediorientale, rimodellando le gerarchie di fiducia tra le potenze globali. E l’Europa, con l’Italia in prima fila, dovrà imparare a navigare in un mondo in cui l’America non è più, automaticamente, il punto di riferimento di sempre.
Allarga lo sguardo
Il Senato Usa approva sanzioni dure contro Mosca e Teheran, ora la Camera
2 lingue · 36 testate
Da Economy & MarketsDazi USA del 15% sul polisilicio: la mossa di Trump per contrastare il dominio cinese
4 lingue · 16 testate
Da TechnologyAmazon finanzia in Texas un impianto a gas da 7,65 GW per i data center
2 lingue · 8 testate