
L’esercito americano tra test fisici estremi e addio al vaccino antinfluenzale: la strategia di Hegseth
Il Pentagono ha annunciato l’introduzione di un nuovo test fisico per i soldati in servizio attivo impiegati in ventiquattro specialità di combattimento, dalle forze speciali all’artiglieria. La prova, sette esercizi consecutivi senza pausa da completare in trenta minuti, è stata voluta dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth per riportare i reparti «al più alto standard maschile». Chi fallirà sarà riclassificato o rischierà il congedo, secondo le direttive diffuse dallo Stato Maggiore.
L’iniziativa si inserisce in una più ampia revisione dei criteri di prontezza operativa, ma solleva interrogativi sulla sua sostenibilità a lungo termine. A Washington, analisti militari osservano che tale imposizione arriva in un momento in cui la stessa amministrazione sta smantellando altre misure essenziali per la salute della truppa. Hegseth, infatti, ha appena cancellato l’obbligo del vaccino antinfluenzale, in vigore da quasi ottant’anni, motivando la scelta con la volontà di «restituire libertà e forza alla forza congiunta».
Una decisione che, secondo la Cina, denota un preoccupante cedimento della disciplina sanitaria nelle forze armate statunitensi, mentre a Bruxelles gli strateghi della NATO si interrogano sulle possibili ripercussioni per la prontezza collettiva: un esercito indebolito da focolai influenzali stagionali potrebbe compromettere la capacità di risposta in teatri operativi già stressati. La retorica di Hegseth, che persegue una «letale massima» sul campo di battaglia, sembra dunque contraddittoria. Da un lato alza l’asticella della forma fisica per i reparti d’élite, dall’altro elimina un presidio sanitario di base che riduce le assenze per malattia.
Gli osservatori europei sottolineano come l’Italia, che partecipa a numerose missioni congiunte, potrebbe trovarsi a dover colmare eventuali vuoti di personale alleato tempestato da assenze evitabili. L’impatto non è solo militare: la scelta di privilegiare un test duro e selettivo rispetto a una prevenzione diffusa rischia di creare un esercito a due velocità, con reparti d’assalto più performanti ma più esposti a epidemie, e un numero crescente di soldati esclusi dalle specialità per incapacità fisica. La domanda che rimane, e che circola nei centri studi di Roma e Parigi, è se questa enfasi sulla «mascolinità» sia davvero funzionale alla guerra moderna o piuttosto un’operazione politica destinata a indebolire la prontezza complessiva della macchina bellica americana proprio mentre il conflitto in Ucraina e le tensioni nel Pacifico richiedono interoperabilità e resilienza.
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