
L'Indonesia punta sui talenti AI per il 2045, tra lezioni cinesi e richieste di sicurezza
Il governo indonesiano fa dello sviluppo delle competenze in intelligenza artificiale un pilastro della trasformazione digitale, guardando all'esempio cinese e sollecitando l'industria a garantire sicurezza e etica.
L'Indonesia accelera sulla strada dell'intelligenza artificiale, facendo della formazione dei talenti il perno della propria strategia digitale in vista dell'ambizioso traguardo 'Indonesia Emas 2045'. Lo ha dichiarato il viceministro della Comunicazione e del Digitale, Nezar Patria, intervenendo al Garuda AI Impact Summit 2026 a Giacarta: secondo l'esecutivo, la competitività nazionale nell'era dell'AI dipenderà dalla capacità di formare cittadini in grado di comprendere, sviluppare e applicare queste tecnologie per rispondere alle sfide del Paese. Un'impostazione che, nelle intenzioni, dovrebbe tradursi in un investimento sistematico sulle risorse umane, in un contesto in cui il Sud-est asiatico cerca di ritagliarsi un ruolo nella corsa globale all'innovazione.
A offrire spunti concreti è l'esperienza cinese, dove il dibattito sull'AI si è già spostato dalla fase di scoperta a quella dell'applicazione pratica. Durante la quarta edizione del Tianjin International Shipping Industry Expo, tenutasi a inizio giugno 2026, Pechino ha mostrato come l'intelligenza artificiale possa essere integrata in settori tradizionali come la logistica marittima, diventando uno strumento per risolvere problemi reali dell'industria e della società. Un approccio che, secondo osservatori asiatici, potrebbe rappresentare un modello per i Paesi in via di sviluppo, spesso ancora alle prese con le prime fasi di adozione dell'AI.
Parallelamente, il governo indonesiano ha lanciato un monito chiaro all'industria: innovazione e sicurezza devono procedere di pari passo. La ministra della Comunicazione e del Digitale, Meutya Hafid, intervenendo al BRAVO 500 Summit 2026 organizzato da XLSmart, ha sottolineato che il successo dell'AI non dipende solo dalla sofisticatezza tecnologica, ma anche dalla capacità di gestire i dati in modo sicuro, etico e responsabile. Un richiamo che riecheggia le preoccupazioni europee: a Bruxelles, dove il regolamento AI Act è ormai in vigore, si insiste da tempo sulla necessità di bilanciare innovazione e tutela dei diritti fondamentali. Per l'Italia, che partecipa ai tavoli europei sulla regolamentazione digitale, la posizione indonesiana rappresenta un segnale di allineamento su principi condivisi, in un panorama globale in cui la competizione tecnologica si intreccia sempre più con questioni di sovranità dei dati e affidabilità degli algoritmi.
In prospettiva, la sfida per Giacarta sarà duplice: da un lato, colmare il divario di competenze rispetto a giganti come Cina e Stati Uniti; dall'altro, costruire un ecosistema normativo che favorisca l'innovazione senza sacrificare la sicurezza. Un equilibrio delicato, che l'Indonesia sembra voler perseguire con determinazione, consapevole che il futuro digitale del Paese si gioca anche sulla fiducia dei cittadini e degli investitori internazionali.
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