
L’intesa Trump-Iran: una cornice provvisoria tra concessioni immediate e nodi irrisolti
Il memorandum ferma la guerra e riapre lo Stretto di Hormuz, ma rinvia a un negoziato di 60 giorni le questioni nucleari e missilistiche, mentre Teheran conserva le sue infrastrutture strategiche.
Con la firma di un memorandum d’intesa di 14 punti, Stati Uniti e Iran hanno posto fine a quasi quattro mesi di ostilità, avviando un percorso negoziale di 60 giorni per un accordo definitivo. Il documento, siglato dal presidente Donald Trump e dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, sospende le operazioni militari, riapre lo Stretto di Hormuz – via di transito per circa un quinto del petrolio mondiale – e prevede un immediato alleggerimento delle sanzioni americane, inclusa l’autorizzazione all’export petrolifero iraniano. L’intesa arriva dopo che lo stesso Trump aveva definito «disastroso» l’accordo nucleare del 2015 (JCPOA) firmato da Barack Obama, ritirandone gli Stati Uniti nel 2018.
Secondo fonti dell’amministrazione americana, il nuovo quadro rappresenterebbe un progresso perché ottenuto sotto pressione militare e accompagnato da un impegno iraniano a non perseguire mai l’arma nucleare. Tuttavia, analisti vicini al Partito Repubblicano e osservatori israeliani sottolineano che il memorandum non contiene limiti quantitativi all’arricchimento dell’uranio, non menziona il programma missilistico né le milizie regionali alleate di Teheran, e concede in anticipo sgravi sanzionari e l’accesso a fondi congelati, inclusa la prospettiva di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione economica dell’Iran. Nell’ottica di Teheran, invece, l’intesa consente di uscire dal conflitto senza smantellare le infrastrutture nucleari, mantenendo il diritto all’arricchimento e la rete di proxy, e viene presentata all’opinione pubblica interna come una vittoria della resistenza.
Per l’Europa e l’Italia, la riapertura di Hormuz allontana il rischio di shock energetici che avevano già turbato i mercati globali. Bruxelles, tuttavia, osserva con cautela il formato bilaterale dell’intesa, che esclude i firmatari europei del JCPOA e affida a Washington e Teheran la definizione di un nuovo regime nucleare. Il meccanismo di verifica dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), pilastro del JCPOA, non è richiamato nel memorandum, e le ispezioni restano sospese dopo che l’Iran ha limitato l’accesso ai siti a seguito dei bombardamenti dello scorso anno. La vaghezza del testo su questi punti, secondo diplomatici europei, rende incerto l’esito dei negoziati tecnici che dovranno affrontare lo stock di uranio arricchito a livelli prossimi alla soglia militare e la ricostruzione degli impianti danneggiati.
Il memorandum nasce da una situazione di stallo strategico: le campagne aeree americane e israeliane hanno colpito infrastrutture e personale del programma nucleare iraniano, ma non ne hanno eliminato la capacità di riprendere l’arricchimento. Teheran, da parte sua, ha chiuso Hormuz e condotto una guerra asimmetrica senza cedere sul terreno negoziale. La finestra di 60 giorni, prorogabile, dovrà sciogliere nodi che il JCPOA aveva regolato con dettaglio – livelli di purezza dell’uranio, numero di centrifughe, smaltimento delle scorte – e che ora sono solo enunciati come principi. Il testo prevede che l’eventuale accordo finale venga sottoposto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma il percorso resta esposto alle pressioni dei falchi in entrambi i Paesi e allo scetticismo di Israele, che vede disattese le proprie richieste di smantellamento completo.
| Stampa iraniana e affini | +0.80 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | −0.70 | critical |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.50 | critical |
L'intesa rappresenta una vittoria per l'Iran, che ha costretto gli Stati Uniti ad accettare condizioni simili a quelle del JCPOA, nonostante l'ostilità pregressa di Trump. Teheran ha ottenuto le sue richieste fondamentali mentre Washington non è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi strategici. L'accordo è un passo pragmatico che pone fine alle ostilità e apre la strada a negoziati alle condizioni iraniane.
Il memorandum di Trump è una pallida ombra del JCPOA di Obama, concede molto all'Iran e ottiene poco in cambio. Il quadro è vago, privo di meccanismi di applicazione e lascia irrisolte questioni critiche come l'arricchimento dell'uranio. L'accordo suscita allarme per le persistenti ambizioni regionali dell'Iran e l'erosione della leva occidentale.
Trump, che un tempo denunciava il JCPOA come un accordo disastroso e unilaterale, ha ora firmato un memorandum che ne rispecchia molte disposizioni: allentamento delle sanzioni, rilascio di beni e accantonamento del dossier missilistico. Il confronto rivela una palese ipocrisia, con Trump che essenzialmente ripropone l'approccio dell'era Obama spacciandolo per superiore. L'intesa è meno completa e rinvia molto a negoziati futuri, minando le sue stesse critiche passate.
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