
L'Iran chiede un faccia a faccia a Islamabad, ma Londra prepara il bando dei pasdaran
La Casa Bianca ha svelato un passaggio inatteso nella lunga partita nucleare: Teheran ha bussato alla porta americana chiedendo un colloquio diretto. A renderlo noto è stata la portavoce Karoline Leavitt, spiegando che «gli iraniani hanno contattato Washington proprio come il presidente Trump aveva richiesto, per un incontro di persona» nella capitale pachistana. Steve Witkoff e Jared Kushner saranno inviati a Islamabad ad ascoltare la controparte. La notizia, dirompente, arriva mentre sull'altra sponda dell'Atlantico si consolida una linea di durezza che tocca il cuore militare del regime.
A Londra, il primo ministro Keir Starmer ha annunciato in una sinagoga colpita da un incendio doloso che entro poche settimane il governo laburista presenterà un disegno di legge per inserire il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista delle organizzazioni terroristiche. Starmer si è detto «molto preoccupato» per il crescente ricorso alle milizie proxy da parte di Teheran, e ha inquadrato la norma in una più ampia legislazione contro gli attori statali ostili. Bruxelles aveva già aperto la strada a gennaio, quando il Consiglio dell'Unione Europea ha qualificato i pasdaran come entità terroristica, sulla scia della repressione interna; Canberra, da parte sua, designa da tempo l'Iran come Stato sponsor del terrorismo. Così, mentre Washington esplora un canale diplomatico, il Regno Unito stringe la morsa sull'apparato parallelo che condiziona ogni decisione strategica della Repubblica Islamica.
Da Teheran giungono però segnali contraddittori. L'agenzia Tasnim, considerata la voce ufficiosa dei Guardiani, ha smentito seccamente che il ministro degli Esteri Abbas Araghchi si rechi a Islamabad per incontrare gli americani: il viaggio, si precisa, servirà a discutere con il Pakistan «le preoccupazioni della Repubblica Islamica sulla fine della guerra», un riferimento alle convulsioni regionali che da Gaza al Libano tengono in ostaggio gli equilibri mediorientali. La divergenza tra la Casa Bianca e l'organo vicino ai pasdaran è più di un dettaglio diplomatico: riflette la frattura sempre più profonda tra chi a Teheran cerca una tregua e chi, all'interno dell'establishment armato, teme che ogni concessione equivalga a una resa.
Per l'Italia e l'Europa la duplice dinamica assume un rilievo immediato. La Farnesina osserva con prudenza i movimenti in Pakistan, consapevole che un accordo, anche parziale, allenterebbe la pressione sui mercati energetici che ancora risentono dell'instabilità del Golfo. Al tempo stesso, la mossa britannica obbliga i Ventisette a un supplemento di coesione: se Londra, ormai fuori dall'Unione, procederà al bando, paesi come la Francia, la Germania e la stessa Italia potrebbero essere chiamati a valutare liste nazionali di proscrizione, con ripercussioni sugli ingenti interessi commerciali e creditizi che legano alcune imprese europee all'Iran.
L'intreccio tra il ramoscello d'ulivo di Islamabad e la spada legislativa di Westminster delinea uno scenario in cui l'Occidente gioca su due tavoli, senza illudersi. L'apertura americana verrà misurata sulla capacità dell'Iran di contenere le ali più radicali, a cominciare proprio da quei pasdaran che Starmer intende mettere fuori legge. Se le parole di Tasnim sono l'anticamera di un sabotaggio interno, i colloqui rischiano di naufragare prima ancora di cominciare, lasciando alla sola pressione sanzionatoria e giudiziaria il compito di arginare un'influenza regionale che, da Beirut allo Yemen, continua a condizionare la sicurezza collettiva.
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