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sabato 25 aprile 2026

Il leader invisibile e la catena umana: così l’Iran si riorganizza nell’ombra

La notizia più sorprendente che filtra dalla Repubblica Islamica a oltre sei settimane dall’inizio del conflitto con Stati Uniti e Israele non è un discorso infuocato né una dimostrazione di forza militare, ma un dettaglio logistico: la Guida suprema Mojtaba Khamenei governa attraverso lettere scritte a mano, sigillate in busta e trasportate da una «catena umana» di corrieri fidati in motocicletta lungo strade secondarie e autostrade rurali. L’uomo che ha ereditato il potere dopo l’uccisione del padre, l’ayatollah Ali Khamenei, nel raid congiunto del 28 febbraio, non ha mai rilasciato un’intervista, non ha mai pronunciato una dichiarazione verificabile in video, né si è mostrato in pubblico. La sua esistenza è affidata a messaggi letti alla televisione di Stato e a post sui social network. Un ufficiale iraniano, citato dalla stampa americana, spiega che il nuovo Leader «agisce consapevolmente per non apparire vulnerabile nella sua prima uscita pubblica». È un paradosso che colpisce: il vertice di una potenza regionale si ritrae in un silenzio medievale mentre brandisce una modernissima macchina militare e di intelligence.

Questa cifra segreta del potere ha alimentato letture divergenti a seconda di dove si osservi Teheran. Da Washington, il presidente Donald Trump ha ripetutamente descritto un regime «diviso», «che si azzuffa come cani e gatti», e ha attribuito la mancanza di progressi nei negoziati per il cessate il fuoco proprio all’incapacità iraniana di produrre una proposta unitaria. Secondo fonti di intelligence israeliana e analisti della sicurezza, invece, la realtà è assai diversa e per certi versi più inquietante: la decisione non è caotica, ma deliberatamente decentralizzata. Il potere si è spostato dalla figura carismatica della Guida suprema a un comitato di fatto in cui le Guardie della Rivoluzione, i servizi di sicurezza e i comandanti militari dettano la linea. Mojtaba Khamenei agisce come un «sovrano simbolico», mentre lo Stato profondo militare ha assunto la regia delle operazioni. Il regime non è collassato dopo le decapitazioni eccellenti dell’inizio della guerra; si è trasformato in un organismo più coriaceo e radicale.

Le crepe, tuttavia, esistono e sono profonde, non tanto nella catena di comando quanto nella strategia. Da ambienti politici iraniani e da media dell’opposizione come Iran International è emersa indiscrezione su una lettera riservata che alti funzionari avrebbero inviato proprio a Mojtaba Khamenei. Il contenuto, mai destinato alla divulgazione, metterebbe in guardia il Leader: la crisi economica asfissiante non lascia altra scelta che negoziare seriamente con gli Stati Uniti sul nucleare. Sarebbe questo il segnale di uno scontro sotterraneo tra i fautori della linea della «resistenza» a oltranza e coloro che premono per un’apertura diplomatica. La recente, coreografica manifestazione di unità inscenata dal regime dopo le parole di Trump – con messaggi diffusi a tutto l’establishment – andrebbe letta allora come un tentativo di contenere una crisi interna molto più grave di quanto ammetta la retorica ufficiale.

Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, questo Iran sfuggente e militarizzato rappresenta una sfida diplomatica di prima grandezza. Roma ha mantenuto per decenni un canale privilegiato con Teheran, non solo per gli interessi energetici di Eni ma per una consolidata tradizione di dialogo. Oggi, tuttavia, l’interlocutore non è più un vertice politico riconoscibile bensì una rete di centri di potere opachi, refrattari ai formalismi negoziali. Gli analisti di Bruxelles temono che l’evoluzione in senso militarista della Repubblica Islamica renda quasi impossibile rilanciare l’accordo sul nucleare (JCPOA), mentre il rischio di incidenti nello Stretto di Hormuz minaccia la stabilità degli approvvigionamenti energetici europei.

La catena umana di lettere non è un anacronismo folcloristico; è la risposta più razionale a un’ossessione securitaria dettata dalla paura di infiltrazioni e assassinii mirati. In un’epoca di sorveglianza digitale totale, la scrittura a mano e il passaparola fisico diventano estremo baluardo di sopravvivenza. Ma questa corazza ha un prezzo: un regime che comunica per buste sigillate difficilmente può gestire la complessità di una trattativa multilaterale. L’Iran non sta implodendo, come forse speravano i suoi avversari; si sta piuttosto calcificando in una forma di potere intransigente e meno prevedibile. Per l’Italia e i suoi alleati, ciò impone un realismo paziente e la consapevolezza che il dopoguerra iraniano sarà un confronto senza scorciatoie con una fortezza che sceglie di muoversi nell’ombra.

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Il leader invisibile e la catena umana: così l’Iran si riorganizza nell’ombra

La notizia più sorprendente che filtra dalla Repubblica Islamica a oltre sei settimane dall’inizio del conflitto con Stati Uniti e Israele non è un discorso infuocato né una dimostrazione di forza militare, ma un dettaglio logistico: la Guida suprema Mojtaba Khamenei governa attraverso lettere scritte a mano, sigillate in busta e trasportate da una «catena umana» di corrieri fidati in motocicletta lungo strade secondarie e autostrade rurali. L’uomo che ha ereditato il potere dopo l’uccisione del padre, l’ayatollah Ali Khamenei, nel raid congiunto del 28 febbraio, non ha mai rilasciato un’intervista, non ha mai pronunciato una dichiarazione verificabile in video, né si è mostrato in pubblico. La sua esistenza è affidata a messaggi letti alla televisione di Stato e a post sui social network. Un ufficiale iraniano, citato dalla stampa americana, spiega che il nuovo Leader «agisce consapevolmente per non apparire vulnerabile nella sua prima uscita pubblica». È un paradosso che colpisce: il vertice di una potenza regionale si ritrae in un silenzio medievale mentre brandisce una modernissima macchina militare e di intelligence.

Questa cifra segreta del potere ha alimentato letture divergenti a seconda di dove si osservi Teheran. Da Washington, il presidente Donald Trump ha ripetutamente descritto un regime «diviso», «che si azzuffa come cani e gatti», e ha attribuito la mancanza di progressi nei negoziati per il cessate il fuoco proprio all’incapacità iraniana di produrre una proposta unitaria. Secondo fonti di intelligence israeliana e analisti della sicurezza, invece, la realtà è assai diversa e per certi versi più inquietante: la decisione non è caotica, ma deliberatamente decentralizzata. Il potere si è spostato dalla figura carismatica della Guida suprema a un comitato di fatto in cui le Guardie della Rivoluzione, i servizi di sicurezza e i comandanti militari dettano la linea. Mojtaba Khamenei agisce come un «sovrano simbolico», mentre lo Stato profondo militare ha assunto la regia delle operazioni. Il regime non è collassato dopo le decapitazioni eccellenti dell’inizio della guerra; si è trasformato in un organismo più coriaceo e radicale.

Le crepe, tuttavia, esistono e sono profonde, non tanto nella catena di comando quanto nella strategia. Da ambienti politici iraniani e da media dell’opposizione come Iran International è emersa indiscrezione su una lettera riservata che alti funzionari avrebbero inviato proprio a Mojtaba Khamenei. Il contenuto, mai destinato alla divulgazione, metterebbe in guardia il Leader: la crisi economica asfissiante non lascia altra scelta che negoziare seriamente con gli Stati Uniti sul nucleare. Sarebbe questo il segnale di uno scontro sotterraneo tra i fautori della linea della «resistenza» a oltranza e coloro che premono per un’apertura diplomatica. La recente, coreografica manifestazione di unità inscenata dal regime dopo le parole di Trump – con messaggi diffusi a tutto l’establishment – andrebbe letta allora come un tentativo di contenere una crisi interna molto più grave di quanto ammetta la retorica ufficiale.

Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, questo Iran sfuggente e militarizzato rappresenta una sfida diplomatica di prima grandezza. Roma ha mantenuto per decenni un canale privilegiato con Teheran, non solo per gli interessi energetici di Eni ma per una consolidata tradizione di dialogo. Oggi, tuttavia, l’interlocutore non è più un vertice politico riconoscibile bensì una rete di centri di potere opachi, refrattari ai formalismi negoziali. Gli analisti di Bruxelles temono che l’evoluzione in senso militarista della Repubblica Islamica renda quasi impossibile rilanciare l’accordo sul nucleare (JCPOA), mentre il rischio di incidenti nello Stretto di Hormuz minaccia la stabilità degli approvvigionamenti energetici europei.

La catena umana di lettere non è un anacronismo folcloristico; è la risposta più razionale a un’ossessione securitaria dettata dalla paura di infiltrazioni e assassinii mirati. In un’epoca di sorveglianza digitale totale, la scrittura a mano e il passaparola fisico diventano estremo baluardo di sopravvivenza. Ma questa corazza ha un prezzo: un regime che comunica per buste sigillate difficilmente può gestire la complessità di una trattativa multilaterale. L’Iran non sta implodendo, come forse speravano i suoi avversari; si sta piuttosto calcificando in una forma di potere intransigente e meno prevedibile. Per l’Italia e i suoi alleati, ciò impone un realismo paziente e la consapevolezza che il dopoguerra iraniano sarà un confronto senza scorciatoie con una fortezza che sceglie di muoversi nell’ombra.

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