
L’Iran risponde agli Stati Uniti via Pakistan: al centro la fine della guerra e Hormuz
Tehran ha consegnato al mediatore pakistano la replica all’ultima bozza americana per fermare il conflitto. I colloqui si concentreranno sulla cessazione delle ostilità e sulla sicurezza marittima nel Golfo.
La diplomazia internazionale segna una nuova tappa nel tentativo di spegnere il conflitto scoppiato alla fine di febbraio. Domenica, attraverso il canale di mediazione pakistano, Teheran ha ufficialmente inoltrato la propria risposta all’ultima proposta avanzata da Washington per porre fine alle ostilità. La notizia, confermata dall’agenzia ufficiale Irna, non rivela i dettagli del documento, ma indica che l’asse portante del negoziato sarà la cessazione della guerra su tutti i fronti, con particolare attenzione alla sicurezza della navigazione nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz. Un punto, quest’ultimo, che per l’economia mondiale e per l’Europa assume un valore strategico difficile da sopravvalutare: ogni perturbazione in quelle acque si traduce immediatamente in oscillazioni del prezzo del petrolio e in tensioni sulle forniture energetiche, con ripercussioni dirette su Italia e Unione europea.
Dall’altra parte dell’oceano, il presidente Donald Trump aveva dichiarato nei giorni scorsi di attendersi una risposta celere da parte iraniana, lasciando intendere che Washington non tollererebbe ulteriori tentennamenti. Sul fronte opposto, fonti vicine alla diplomazia di Teheran sottolineano come la replica sia stata elaborata dopo un’attenta valutazione delle proposte americane, in un quadro in cui il confronto diretto è ancora assente e ogni scambio passa per il tramite di Islamabad. Il ruolo del Pakistan, del resto, appare sempre più centrale: non solo come messaggero, ma come attore capace di tenere aperti canali di dialogo quando la comunicazione diretta è interrotta.
Da Bruxelles, gli analisti seguono con apprensione lo sviluppo, consapevoli che una escalation nel Golfo colpirebbe al cuore la sicurezza energetica continentale. L’Italia, in particolare, si trova in una posizione delicata: i porti del Mediterraneo orientale potrebbero diventare nodi critici per la redistribuzione di flussi alternativi, mentre il governo italiano spinge per un coinvolgimento nella diplomazia multilaterale. Nell’ottica di Pechino, invece, la priorità resta la stabilità delle rotte marittime da cui dipende l’approvvigionamento di greggio, e la Cina guarda con favore a ogni intesa che eviti uno scontro prolungato, pur restando in ombra nelle trattative.
La fase che si apre, secondo le prime indiscrezioni filtrate da fonti vicine ai mediatori, potrebbe portare a un accordo provvisorio per il cessate il fuoco e la riapertura sicura di Hormuz, rimandando i nodi più spinosi – a partire dal programma nucleare iraniano – a un tavolo separato. Una strategia graduale che, se confermata, mostrerebbe la volontà di entrambe le parti di non lasciarsi sfuggire una finestra di dialogo. Tuttavia, lo scetticismo resta diffuso: settanta giorni di conflitto hanno accumulato rancori e sfiducia, e il cammino verso una pace duratura appare ancora irto di ostacoli. L’Europa, nel frattempo, trattiene il fiato, sperando che questa risposta non sia l’ultima parola, ma l’inizio di un negoziato vero.
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