
L'ombra del cartello di Sinaloa si allunga su Città del Messico: Rocha Moya si dimette, Sheinbaum alla prova
Il governatore di Sinaloa, Rubén Rocha Moya, ha chiesto una licenza temporanea dal suo incarico per affrontare senza il privilegio del fuero le indagini della Fiscalía General de la República, dopo che i procuratori statunitensi lo hanno formalmente indiciato per presunti legami con il Cartello di Sinaloa. La decisione, approvata dal Congresso locale che ha nominato Yeraldine Bonilla Valverde come governatrice ad interim, arriva in un clima di tensione senza precedenti tra Città del Messico e Washington. Secondo gli analisti di Bruxelles, questo caso rappresenta un banco di prova per la capacità della presidente Claudia Sheinbaum di bilanciare la lotta alla corruzione interna con la tenuta politica del suo movimento, Morena. Il New York Times ha parlato di una «encrucijada histórica», ma la prospettiva italiana ed europea coglie soprattutto l’impatto sulle relazioni transatlantiche: un’America latina destabilizzata dall’offensiva di Trump rischia di riverberarsi sugli accordi commerciali con l’Unione Europea, già messi alla prova dalla revisione del T-MEC.
I segnali di questa crisi non sono nuovi. Già nel settembre 2024, volantini lanciati da aerei su Culiacán, Los Mochis e Mazatlán accusavano Rocha Moya e il senatore Enrique Inzunza di collusione con la fazione Los Chapitos, l’ala del cartello legata ai figli di El Chapo. Ora l’amministrazione Trump ha trasformato quelle accuse in un’arma politica, collocando la presidente messicana nel suo mirino. Da Washington, l’ex ambasciatrice Roberta Jacobson ha definito l’indictment «un fatto senza precedenti», sottolineando che non si tratta di ex funzionari ma di titolari in carica. L’ottica di Pechino osserva con attenzione: per la Cina, un Messico indebolito potrebbe diventare un partner più malleabile, ma anche più vulnerabile alle pressioni statunitensi.
A difendere la sovranità nazionale è intervenuto José Ramón López Beltrán, figlio dell’ex presidente López Obrador, con un messaggio in cui denuncia una «minoría rapaz» che cerca di destabilizzare il progetto della Cuarta Transformación. Ma l’opposizione, attraverso la senatrice Andrea Chávez, ha ribaltato la domanda: perché non si chiede la stessa licenza alla governatrice di Chihuahua, María Eugenia Campos, anch’essa sotto inchiesta? Dietro le polemiche, resta il dato di fondo: il Culiacanazo del 2019, quando lo stesso López Obrador ammise di aver ordinato la liberazione di Ovidio Guzmán, aveva già mostrato quanto il confine tra protezione politica e necessità di sopravvivenza istituzionale sia labile.
Guardando avanti, il caso Rocha Moya potrebbe accelerare un’escalation che coinvolge non solo la diplomazia bilaterale, ma anche i flussi commerciali e la percezione della rule of law in Messico. Per l’Europa, che sta negoziando un aggiornamento del proprio accordo con il Paese latinoamericano, il segnale è preoccupante: se la giustizia messicana non riuscirà a dimostrarsi autonoma dalle pressioni politiche, il rischio è che l’intero quadro degli investimenti esteri venga ridimensionato. Sheinbaum si trova a dover scegliere tra un’azione interna che potrebbe spaccare il suo partito e una resistenza alla pressione americana che potrebbe isolare il Messico in un momento di fragilità.
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