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domenica 10 maggio 2026

L’oro vola, la fiducia nel dollaro vacilla: le banche centrali cambiano strategia

Acquisti record di oro da parte delle banche centrali, mentre il dollaro perde terreno. Tensioni geopolitiche e incertezza economica ridefiniscono i rapporti di forza globali.

L’oro torna al centro della scena finanziaria globale, ma non si tratta solo dell’ennesimo record di prezzo: ciò che sta accadendo è un cambiamento strutturale nelle riserve delle banche centrali, che negli ultimi quattro anni hanno raddoppiato la quota d’oro nei loro forzieri, portandola a circa il trenta per cento del totale. Lo rivelano studi condotti da analisti europei, secondo i quali la quota del dollaro nelle riserve ufficiali è scesa sotto il quaranta per cento per la prima volta in decenni. È un segnale che il vento sta cambiando, e non solo per le fluttuazioni di borsa.

La molla principale è la geopolitica. Le tensioni in Medio Oriente, la guerra in Ucraina e la crescente conflittualità tra Stati Uniti e Cina spingono i governi a cercare un rifugio che non dipenda dalle decisioni di Washington. Il dato più eclatante arriva dal Consiglio mondiale dell’oro: le banche centrali hanno acquistato metallo giallo al ritmo più alto degli ultimi cinque trimestri, un dato che riflette una diffusa sfiducia verso gli strumenti tradizionali, in particolare i titoli di Stato americani. Nell’ottica di Pechino, ma anche di Nuova Delhi e Mosca, accumulare oro significa ridurre la dipendenza dal sistema dominato dal dollaro, in un momento in cui le sanzioni e i dazi rendono il commercio internazionale sempre più frammentato.

Sui mercati finanziari, intanto, il prezzo dell’oro ha oscillato violentemente. Dopo aver superato i quattromilaottocento dollari l’oncia, è sceso sotto quella soglia, ma le previsioni restano rialziste. Secondo gli analisti di Wall Street, in particolare quelli di JPMorgan, il metallo potrebbe tornare a salire entro fine anno e proseguire la corsa nel 2026, a patto che le banche centrali continuino a comprare e che i fondi d’investimento tornino ad affluire. Diversa è la visione della Banca Mondiale, che prevede un picco nel 2026 e una correzione già nel 2027, ipotizzando un parziale rientro della tensione geopolitica. La divergenza tra queste due scuole di pensiero è il vero punto caldo del dibattito.

L’impatto sull’Europa e sull’Italia è duplice. Da un lato, l’indebolimento del dollaro contro le principali valute – lo shekel israeliano si è rafforzato di oltre l’otto per cento da inizio anno, trascinando con sé l’euro – rende le importazioni di energia e materie prime più costose per i Paesi europei. Dall’altro, la corsa all’oro alimenta la domanda di sicurezza in un continente che deve fare i conti con l’inflazione ancora alta e con una Banca Centrale Europea che procede cauta sul taglio dei tassi. Per gli investitori italiani, abituati a considerare l’oro come bene rifugio per eccellenza, la lezione è chiara: in un mondo dove la fiducia nelle valute si sgretola, il metallo giallo non è più solo un’assicurazione, ma una scommessa strategica sulla ridefinizione degli equilibri globali.

Guardando avanti, il 2027 si profila come anno spartiacque. Se le tensioni dovessero allentarsi, l’oro potrebbe perdere parte del suo appeal; ma se, come molti temono, la frammentazione geopolitica dovesse aggravarsi, la domanda di beni rifugio non conoscerà tregua. Le banche centrali, nel frattempo, continuano a comprare, e questo da solo basta a rendere il quadro più solido di quanto i grafici mostrino.

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L’oro vola, la fiducia nel dollaro vacilla: le banche centrali cambiano strategia

Acquisti record di oro da parte delle banche centrali, mentre il dollaro perde terreno. Tensioni geopolitiche e incertezza economica ridefiniscono i rapporti di forza globali.

L’oro torna al centro della scena finanziaria globale, ma non si tratta solo dell’ennesimo record di prezzo: ciò che sta accadendo è un cambiamento strutturale nelle riserve delle banche centrali, che negli ultimi quattro anni hanno raddoppiato la quota d’oro nei loro forzieri, portandola a circa il trenta per cento del totale. Lo rivelano studi condotti da analisti europei, secondo i quali la quota del dollaro nelle riserve ufficiali è scesa sotto il quaranta per cento per la prima volta in decenni. È un segnale che il vento sta cambiando, e non solo per le fluttuazioni di borsa.

La molla principale è la geopolitica. Le tensioni in Medio Oriente, la guerra in Ucraina e la crescente conflittualità tra Stati Uniti e Cina spingono i governi a cercare un rifugio che non dipenda dalle decisioni di Washington. Il dato più eclatante arriva dal Consiglio mondiale dell’oro: le banche centrali hanno acquistato metallo giallo al ritmo più alto degli ultimi cinque trimestri, un dato che riflette una diffusa sfiducia verso gli strumenti tradizionali, in particolare i titoli di Stato americani. Nell’ottica di Pechino, ma anche di Nuova Delhi e Mosca, accumulare oro significa ridurre la dipendenza dal sistema dominato dal dollaro, in un momento in cui le sanzioni e i dazi rendono il commercio internazionale sempre più frammentato.

Sui mercati finanziari, intanto, il prezzo dell’oro ha oscillato violentemente. Dopo aver superato i quattromilaottocento dollari l’oncia, è sceso sotto quella soglia, ma le previsioni restano rialziste. Secondo gli analisti di Wall Street, in particolare quelli di JPMorgan, il metallo potrebbe tornare a salire entro fine anno e proseguire la corsa nel 2026, a patto che le banche centrali continuino a comprare e che i fondi d’investimento tornino ad affluire. Diversa è la visione della Banca Mondiale, che prevede un picco nel 2026 e una correzione già nel 2027, ipotizzando un parziale rientro della tensione geopolitica. La divergenza tra queste due scuole di pensiero è il vero punto caldo del dibattito.

L’impatto sull’Europa e sull’Italia è duplice. Da un lato, l’indebolimento del dollaro contro le principali valute – lo shekel israeliano si è rafforzato di oltre l’otto per cento da inizio anno, trascinando con sé l’euro – rende le importazioni di energia e materie prime più costose per i Paesi europei. Dall’altro, la corsa all’oro alimenta la domanda di sicurezza in un continente che deve fare i conti con l’inflazione ancora alta e con una Banca Centrale Europea che procede cauta sul taglio dei tassi. Per gli investitori italiani, abituati a considerare l’oro come bene rifugio per eccellenza, la lezione è chiara: in un mondo dove la fiducia nelle valute si sgretola, il metallo giallo non è più solo un’assicurazione, ma una scommessa strategica sulla ridefinizione degli equilibri globali.

Guardando avanti, il 2027 si profila come anno spartiacque. Se le tensioni dovessero allentarsi, l’oro potrebbe perdere parte del suo appeal; ma se, come molti temono, la frammentazione geopolitica dovesse aggravarsi, la domanda di beni rifugio non conoscerà tregua. Le banche centrali, nel frattempo, continuano a comprare, e questo da solo basta a rendere il quadro più solido di quanto i grafici mostrino.

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